Recensione su La città incantata

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E’ davvero questo il capolavoro dell’animazione di cui tutti parlano? / 2 Maggio 2020 in La città incantata

La stessa Citta incantata tanto elogiata come il capolavoro dell’animazione mondiale che è valso a Hayao Miyazaki l’Oscar al Miglior film d’animazione?

Oddio non so se per tendenza, o perché si è instaurato un processo di mitizzazione attorno a questo film dove o lo ami o sei culturalmente ottuso… o forse è invecchiato terribilmente male, nonostante siano passati appena 17 anni (i film Disney hanno anche 80 anni ma restano comunque meravigliosi), forse devo aver guardato un’altra Città incantata, ma per me è uno dei peggiori cartoni animati mai visti in vita mia.

Opera iper-sopravvalutata dove una serie di situazioni e personaggi senza senso vengono diluite in un calderone e cotte per la bellezza di 130 minuti. Una cottura lenta e dolorosa. Si salvano solo da questi film i bei disegni, i colori e la cura del dettaglio. Purtroppo non è stata messa la stessa cura nella trama dove il no-sense regna sovrano sin dai primi minuti dove dei genitori sono talmente incoscienti e imprudenti da inoltrarsi in un luogo tetro, sinistro e abbandonato insieme alla figlia di 10 anni, per poi trovarsi nel mercato di una città e a ingozzarsi di cibo che non conoscono per diventare successivamente dei maiali in stile maga Circe dell’Odissea. Seguirà una storia ancora più senza senso ambientata tutto il tempo all’interno delle terme con personaggi, che glielo concedo a Miyazaki, molto curiosi e originali ma senza personalità e approfondimento. Il celebre mostro senzavolto entrato nella storia dell’animazione non si capisce che ruolo abbia. Vuole ricoprire di oro la ragazzina senza alcuna ragione per poi sbroccare di brutto e inseguirla per divorarla, per poi prendere assieme un treno, fingere che non sia mai successo nulla e diventare migliori amici per sempre. E vogliamo parlare del bambino gigante, della gemella di Yubaba, Zeniba, identica in tutto e per tutto persino nei vestiti e nei gioielli? Ed Haku, il ragazzo con cui la protagonista avrà parlato si e no cinque minuti scarsi, che non conosce, ma per il quale nutre un forte sentimento d’amore, ma che poi in realtà si rivela non essere un ragazzo bensì un fiume, lo stesso fiume dove la protagonista una volta stava per annegare diversi anni prima? E’ vero che quella scena è visivamente bella e suscita qualche emozione, ma il senso di tutto ciò?
Mi è sembrato di vedere una pessima imitazione di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Onestamente mi ha deluso e terribilmente annoiato. Trovo sia un cartone davvero sopravvalutato, ed è il secondo cartone diretto da Miyazaki che non mi è affatto piaciuto insieme a Nausicaa della Valle del Vento. Vedro comunque di vedere almeno altri due classici: Il mio vicino Totoro e Il castello errante di Howl.
Piuttosto ho adorato La storia della Principessa Spendente e I miei vicini Yamada di Isao Takahata, decisamente più talentuoso nel dirigere cartoni animati.

1 commento

  1. Stefania / 3 Maggio 2020

    Una cosa, non capisco. Perché basare le proprie riflessioni su ciò che pensano gli altri?
    Solo in questa recensione, dici:
    “E’ davvero questo il capolavoro dell’animazione di cui tutti parlano? La stessa Citta incantata tanto elogiata come il capolavoro dell’animazione mondiale (…) Opera iper-sopravvalutata (…) un cartone davvero sopravvalutato”
    Ok, ritieni che questo di Miyazaki non sia un film per cui sperticarsi in lodi e che, secondo te, non ha meritato i riconoscimenti che, finora, gli sono stati attribuiti. Ma perché, per formulare il tuo giudizio in merito, devi appoggiarti alle valutazioni espresse dal resto del pubblico? Da chi, poi? Da qualcuno in particolare? Chi è questo “pubblico”? I critici, gli altri spettatori, entrambi?
    La pratica della generalizzazione, che non riconduce a nessun soggetto e a nessuna dichiarazione in particolare, non mi è mai sembrata uno strumento utile al confronto e all’analisi.
    Non è una domanda polemica: ho sincero interesse “antropologico” per la questione, perché è un atteggiamento (sempre più) diffuso che tendo a non condividere (perché non lo capisco). Quindi, approfitto di te, per provare a comprenderlo.

    Tornando al film in sé, questo lavoro di Miyazaki può avere i suoi difetti (può avere centordicimila difetti, può essere un unico, grande difetto, ci sta), ma, nel realizzarlo, M. aveva degli obiettivi precisi e, per quel che può valere, secondo me li ha centrati. Qui, in particolare, ha deciso di affrontare i temi della globalizzazione e dell’omologazione culturale e del potere (in senso magico-animistico) della parola. La città incantata promuove l’educazione alla parola, al racconto orale, alla coltivazione della memoria. In un’intervista, M. disse: “La parola è una forza. Nel mondo dove Chihiro si è smarrita, il fatto di pronunciare una parola costituisce un atto dal peso determinante. Oggi la parola ha una inconsistenza senza limiti: si può dire qualsiasi cosa, tanto la parola viene percepita come una cosa vuota e non restituisce che un pallido riflesso della realtà”. Non a caso, anche se può sembrare banale. il riferimento diretto a cui ha attinto M. per il film sono alcuni racconti tradizionali giapponesi che, per secoli, come quelli di molte altre singole culture, sono stati tramandati in forma orale. La complessa società jappo è una contraddizione in termini che, semplificando drasticamente, si basa sulla dicotomia fra tradizione e modernità: M. teme che propendere più o meno coscientemente per il secondo polo possa impoverire (anche la fantasia de) le generazioni a venire. Perciò, spinge a coltivare l’uso della parola parlata, soprattutto in forma di racconto orale, con tutte le circonvoluzioni del caso.
    Poi, ripeto, che il film non ti sia piaciuto per motivi di gusto personale, ci sta.

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