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Recensione su Il figlio di Saul

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I sonderkommando dei lager nazisti, ovvero il dramma nel dramma dell’olocausto / 10 gennaio 2017 in Il figlio di Saul

I film contemporanei hanno raggiunto un grado di rappresentazione della Shoah sempre più crudo e diretto, sempre più verosimile.
Il figlio di Saul catapulta letteralmente lo spettatore all’interno della drammatica esperienza dell’olocausto, grazie soprattutto alla modalità visiva prescelta da László Nemes, i continui piano sequenza che accompagnano ogni gesto del protagonista, con la macchina da presa che lo segue o lo precede a poco più di qualche palmo di distanza.
Un film che è un macigno psicologico, un pugno nello stomaco nel mostrare il livello di bestialità che può raggiungere la malvagità umana. I cadaveri dei prigionieri gassati diventano i “pezzi”, materiale da smaltire alla stregua di rifiuti.
L’utilizzo continuo dello sfocato, di diaframmi aperti che riducono la profondità di campo, isola il protagonista dall’orrore che lo circonda, con una duplice funzione di pudicizia (nell’evitare di eccedere nel mostrare ciò che è già abbastanza evidente) e di coinvolgimento dello spettatore nell’identificarsi in Saul.
Una pellicola di questo tipo non poteva stare in piedi senza una magistrale prova di attore, quella che fornisce il poeta Géza Röhrig, al suo più che eccellente debutto cinematografico.
I suoi occhi assenti e smarriti sono il più efficace specchio degli orrori dell’olocausto.
Pluripremiato a livello internazionale (Oscar e Golden Globe come miglior film straniero, Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes), Il figlio di Saul è destinato a rimanere come un’opera di primo piano nel panorama delle pellicole che trattano il dramma della Shoah.

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