Recensione su Tre samurai fuorilegge

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I tre samurai / 23 Aprile 2012 in Tre samurai fuorilegge

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Confesso che questo film non lo conoscevo affatto. Non sapevo nulla nemmeno del regista che lo ha realizzato, Hideo Gosha. Ho potuto scoprire “Tre samurai fuorilegge” grazie a “Fuori Orario”, che lo ha trasmesso in una notte nella quale era programmato anche “Violent Cop”, il folgorante esordio nella regia di Takeshi Kitano.
Tratto da una serie televisiva diretta dallo stesso Gosha, “Tre samurai fuorilegge” è l’opera prima per il cinema del cineasta giapponese, che ci racconta la storia di un samurai vagabondo, Shiba Sakon, che un giorno, camminando solitario senza una meta precisa, scorge la presenza di un vecchio mulino nei pressi di un borgo di campagna.
Mentre vi si reca, nota per terra una spilla per capelli (un oggetto che tornerà più volte nel corso della vicenda); dopo averla raccolta, il samurai, esausto per il lungo peregrinare, entra nel macinatoio con l’intento di riposare, ma scopre che è già occupato da tre uomini, Jinbei, Gosaku e Yohachi, che tengono in ostaggio una ragazza, Aya, figlia del funzionario del villaggio, il quale spadroneggia sui poveri contadini, che sono stanchi di subire le sue prevaricazioni.
Alla base del gesto estremo compiuto dai coltivatori c’è l’intenzione di costringere il funzionario ad abbassare le tasse.
Jinbei, Gosaku e Yohachi sono determinati e disposti a tutto, anche a morire, pur di far valere le proprie ragioni.
Colpito e ammirato dal coraggio dimostrato dai villici, Shiba decide di schierarsi al loro fianco.
Dopo aver fallito un primo tentativo di liberare la figlia, il funzionario ci riprova mettendo insieme una squadra composta da un suo scagnozzo abile con la katana, Kikyo Einosuke, un samurai rinchiuso in cella per vagabondaggio, Sakura Kyojuro, e tre detenuti condannati a morte; ma questi ultimi vengono sconfitti facilmente da Shiba e Sakura, che proviene da una famiglia di contadini, quando viene messo al corrente delle motivazioni che hanno spinto Jinbei, Gosaku e Yohachi a rapire la ragazza, senza pensarci troppo segue l’esempio di Shiba e anch’egli si schiera dalla parte degli agricoltori, mentre Kikyo, impassibile e disinteressato, assiste alla scena senza muovere nemmeno un dito.
Irato per l’esito negativo del blitz realizzato per sottrarre Aya ai suoi sequestratori, il funzionario prima assolda dodici mercenari ordinando loro di uccidere i contadini, poi assegna a Kikyo il compito di rapire la figlia di Gosaku, Yasu.
Gosha (autore anche della sceneggiatura insieme a Eizaburo Shiba e Keiichi Abe) è molto bravo nel costruire personaggi complessi e tormentati, pieni di contraddizioni, ripensamenti e problemi esistenziali (si pensi, ad esempio, ad Aya, che finisce con l’invaghirsi di Shiba; oppure a Sakura, angosciato dal rimorso di aver ucciso il marito, Mosuke, della donna di cui è innamorato, Iné), che popolano un coinvolgente affresco sociale intriso di dolore, brutalità e sangue.
Da una parte c’è l’arroganza e la protervia dei potenti, che esercitano la loro forza sui deboli, dall’altra c’è la disperazione e la sofferenza della povera gente, costretta a subire vessazioni di ogni sorta: sebbene il regista non nasconda di parteggiare per i contadini nella battaglia che questi ultimi ingaggiano contro il potere, qui rappresentato da un funzionario altezzoso e crudele che non esita a ricorrere alla violenza, il film non scade mai nel manicheismo.
Gosha riesce a celebrare coloro che conducono una vita di stenti e sacrifici senza retorica né patetismo, arrivando a toccarci nel profondo con momenti di assoluta poesia (specialmente nella struggente e tenera storia d’amore tra Iné e Sakura).
Il regista nipponico gira con uno stile folgorante, lirico e frenetico al contempo, tenendo un ritmo ineccepibile che non conosce cedimenti.
La pellicola contiene combattimenti spettacolari ed emozionanti (la resa dei conti finale tra i tre samurai del titolo e gli sgherri del funzionario è da antologia), nei quali Gosha utilizza alla perfezione il CinemaScope (splendide le riprese oblique).
Eccellenti il montaggio di Kazuo Ota, che conferisce un grande dinamismo all’azione, e la fotografia di Tadashi Sakai, che “sporca” il bianco e nero quel tanto che basta per far sì che la pellicola guadagni in realismo. Ottime le prove di Tetsuro Tamba (Shiba), Isamu Nagato (Sakura) e Mikijiro Hira (Kikyo). Ricco di sequenze memorabili (tra le tante citiamo quella in cui Shiba subisce cento frustate, davvero straziante e impressionante), “Tre samurai fuorilegge” è un film teso, appassionante e avvincente. In una parola sola: stupendo.

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