Recensione su La samaritana

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15 Aprile 2012

Ci sono i colori delle stagioni che hanno i nomi della vita: partendo dalla locandina domina il bianco luttuoso della tradizione orientale, fino al blu tortuoso che apre la scena al finale rivelatore non tanto del percorso narrativo, ma delle risposte che il padre/ispettore ricerca oltre il comportamento della figlia, nella sua finalità che in principio vuole cancellare, dividere, punire e poi spiegare.
Come se si potesse dare un senso alle stagioni dell’animo.
Il film cronologicamente è antecedente a Ferro 3 anche se uscito dopo nelle sale e ne ripropone il tema dello sguardo rilevatore, della fase temporale che ha ritmi diversi fino a dispiegarsi nel sogno. Lo sguardo attraverso la finestra che svela la realtà dolorosa è preceduto da uno squarcio nel muro che ha valenza premonitrice delle verità.
E’ uno di quei film che non si può raccontare: va visto con lo stesso occhio della camera che sostituisce quello dell’arte di Kim Ki-Duk che nella tragedia che tsunanima l’esistenza ne estrapola colori che hanno il sapore del cibo consumato davanti alla tomba della madre della ragazza. Il sogno visionario fa giustizia alla realtà, la sostituisce con la grazia e la pietà della samaritana.
Le citazioni di Vasumitra e di Madre Teresa assurgono a comparazione nella leggenda dell’amore e della carità: si traducono in una poesia lieve come le foglie che cadono a pioggia seppellendo il dolore della vita in una forma lieve, sussurrata, anche se rivoli di sangue bagnano la tela bianca della morte.
Un finale splendido traccia un percorso reale su pietre gialle che ci aprono la strada al superamento della paura.
E’ un film di colori, ma ancora di sguardi sulla tela bianca su cui qualcuno ancora proietta immagini: è il “dark side of the cinema”.

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