Recensione su La vita di Òharu donna galante

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1 febbraio 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Uno dei capolavori del cinema (anzi, Cinema), presentato nel ’52 (o giù di lì) a Venezia (o giù di lì) e tra gli apripista di tuuuuuuuutta la cinematografia japu successiva – che voi direte potevano anche starsene a scrostare i loro parenti flashati sui muri dal gran sole di Hiroshima della bombomba atomica e invece no, Mizoguchi e Kurosawa SONO QUI!!! E RULEZzano U_U
O-Haru è una sottospecie di Cenerentola sfigatissima, che il destino palleggia tra una serie di uomini che la usano, sfruttano, deridono, scopano, cacciano ecc. Il padre, il marito, il figlio, chiunque, l’amante era un figo (per forza, era Toshiro Mifune) ma infatti muore quasi subito e causa tutto i resto; l’altro buono che trova è un fabbricante di ventagli che ovviamente… certo, ammazzato pure lui, dura il tempo di mangiarsi un gelato. Davvero, ci sarebbe di che diventar femministi. La società arcaica giapponese in cui O-Haru si trova a muoversi e lottare, o, piuttosto, esser sballottata e prenderle come un sacco da botte, non considera minimamente la prospettiva femminile, non esiste, e la donna al di là della funzione di madre o puttana. Lei svolge diligentemente i ruoli assegnati, piegandosi senza mai spezzarsi. Altro flash? BUM!

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