3 Recensioni su

Rushmore

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Wes enough / 12 Aprile 2017 in Rushmore

Grazie a Netflix ho finalmente visto questo secondo lavoro del geniale Wes. Come si fa a non amare follemente un regista simile? Ecco, io lo adoro perchè oltre ad allestire sempre con inaudita grazia il set (che diventa una mirabolante fiera dell’oggetto vintage), a condire con musiche per palati fini e a giocare nello stupire gli spettatori con l’originalità dei dialoghi (qui scritti con l’amico Owen Wilson), Anderson ha uno humour davvero unico, tra il nonsense e il british, usa la seriosità dei personaggi per scatenare la loro sotterranea ilarità (non a caso Bill Murray è l’attore feticcio). Olivia Williams qui è semplicemente divina.
Non mi aspettavo davvero che uno dei suoi primi lavori fosse già così completo.

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5 Settembre 2014 in Rushmore

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Max Fisher è un eccentrico personaggio molto cigliato di una scuola per ricchetti americani. Fonda i circoli di tutto, organizza, petiziona e protesta. Diventa amico di Bill Murray, ex-studente/sostenitore della scuola, e si innamora di una maestrina. Pure Bill, che si chiama Hermann, della stessa si innamora. Partono a cantare Too many dicks on the floor. No questo non è vero.
Parte una guerra d’amore, di crescita e di bassi colpi, senza che ne risultino vincitori e vinti. Anderson&Wilson sceneggiatori crescono piano. Più rigoroso nello stile che appena sbozzato appariva nel lungometraggio precedente, qui se ne notano la definizione e l’assestamento; ed è già quasi maniera. Le liste bizzarre, le pause e i momenti, la fotografia che comincia a impastellarsi, le musiche, i personaggi e la loro recitazione e personalità pacata e soffusa. Eppure nessuno di loro ho trovato verosimigliante o meritevole di soffrirci insieme, che è un po’ come ci si affeziona. A Paperino, e tutti gli altri.
Max mi è simpa all’incirca come i teens di The Bling Ring, fai tu.

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11 Marzo 2012 in Rushmore

Secondo lungometraggio di Anderson, in cui, nonostante la precocità, la sua cifra stilistica è quantomai delineata.
A posteriori, viene da pensare che, raggiunta una tale chiarezza di segno, tutto ciò che è venuto dopo, compreso il notissimo “I Tenenbaum”, sia un semplice esercizio di stile, una riproposizione sterile dei medesimi codici.
In effetti, il cinema di Anderson è abbastanza autoreferenziale, a partire dalla scelta dei cast, in cui figurano diversi attori feticcio, da Murray ai fratelli Wilson, allo stesso Schwartzman: il suo maggior pregio, però, sta nel rendere sempre affascinante e comunque originale la sua serialità, per così dire.
Anche se Anderson è legato alla riproposizione costante di una visione quasi arcadica di un’adolescenza problematica, anche quando i suoi protagonisti sono anagraficamente adulti, ogni suo film è nuovo, fresco, vivo.

“Rushmore” è una bella prova di maturità stilistica, una storia fatta di ironici chiaroscuri, di incertezze generazionali, con personaggi che non scadono mai nel grottesco ed una costante atemporalità.
Come sempre, fascinosa colonna sonora d’antan, belle scenografie ed altrettanto bella fotografia.

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