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Recensione su Rush

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8 aprile 2015

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Ho visto questo film per due motivi: Ron Howard è un regista che apprezzo molto, e Chris Hemsworth è un figo allucinante.
In effetti il mio processo mentale è stato, circa: c’è Chris Hemsworth -> ma non so un tubo di Formula 1 -> il regista è Ron Howard -> aspetta, quello è il ragazzino di Goodbye Lenin? (sì) -> andata.
Rush racconta la rivalità di due grandissimi piloti di Formula Uno: l’inglese James Hunt e l’austriaco Niki Lauda, due uomini di immenso talento e di carattere opposto, che hanno passato il periodo d’oro della loro carriera l’uno sulla scia dell’altro, creando una leggenda.
Lo so, perchè questi due correvano negli anni ’70 e ho dovuto minacciare mia madre di cambiare posto se non avesse smesso di parlare e non mi lasciava guardare il film. Dev’essere stato esaltante viverlo.
Il film, per quello che mi riguarda, funziona in tutto: della Formula 1 non mi è mai importato niente, ogni volta che ho provato a guardare una corsa l’ho trovata noiosa, senza capirci niente… un’esperienza di sport freddo.
In questo film ero incollata alla poltroncina, a chiedermi chi avrebbe vinto, a stare col fiato sospeso, tesissima. E la gara l’hanno corsa quarant’anni fa!
Non è necessario essere appassionati di Formula 1 per amare questo film, perchè lo sport è un contesto per raccontare una storia. Un contesto bellissimo, dove capisci perchè questi uomini scelgono di mettere a rischio la loro vita in ogni corsa, dove emerge la passione, in tutti i suoi lati positivi e negativi. Quando quello che più desideri al mondo può concretamente ucciderti e tu lo sai, ma non puoi fare a meno di farlo lo stesso.

Il punto di forza imho sono i personaggi: ti importa della gara perchè ti importa di loro, e tanto. A parte che sono caratterizzati molto bene, quello Howard ha fatto è stato mettere su schermo un rapporto di rivalità complesso e bellissimo, perchè le rivalità narrativamente parlando sono meravigliose. Non c’è un buono e un cattivo, ci sono solo due persone con un forte carattere, che non vanno d’accordo perchè vedono la vita e lo sport in modo diverso, e tutti e due hanno ragione per qualcosa e torto per altre.
Hunt è l’impulsivo, disposto a mettere tutto in gioco, abbraccia la possibilità di morire e per questo vive ogni giorno come se fosse l’ultimo. Festaiolo e per molti versi un vero stronzo. Ma anche con un’onestà di fondo non indifferente e mi è piaciuto che fosse sicuro di sé, che alla fine le cose volesse dimostrarle soprattutto a sé stesso.
Lauda è quello metodico. Quello che ragiona, che analizza, con scarse abilità sociali. Sicuro di sé e brutalmente onesto, e quindi apparentemente arrogante. E per niente bravo a perdere.
Ma quando uno fa la dichiarazione d’amore meno romantica del mondo e riesce ad essere la cosa più carina e stranamente tenera del mondo… beh, complimenti.
Non si riesce a tifare per qualcuno, in questo film. Ci sono dei momenti dove capisci Hunt e ti dici “Cavolo, è davvero un figo, non può perdere” e altri in cui lo vorresti strangolare.
Ci sono momenti dove pensi solo “Lauda è un grande, deve vincere lui” e altri in cui vorresti prenderlo a pugni.

Insomma, il film riesce ad avere due protagonisti e neanche un nemico, e a renderli così interessanti che il nemico non serve: non è necessario aggiungere tanti orpelli alla storia, perchè la storia è stata interessante e non ne ha bisogno. Certo, ci sono le drammatizzazioni (i veri Niki Lauda e James Hunt erano amici-rivali, non rivali che alla fine si accorgono di aver fatto parte l’uno della vita dell’altro per anni), ma questo film è la prova che non serve un personaggio che incarni tutto quello che c’è di sbagliato nell’universo per avere un conflitto: nel film, Niki paga la sua asocialità e la sua arroganza nel momento in cui servono capacità comunicative, per convincere gli altri a non correre su una pista terribile con brutto tempo. Hunt, al contrario, è così furioso, e a ragione, che li spinge a votare per la corsa. Un errore gravissimo, perchè non puoi permetterti la convinzione che non succederà niente quando hai il 20% di morire ogni volta che scendi in pista.
E il prezzo lo paga Niki Lauda, con il terribile incidente che quasi l’uccise.

Il resto è storia: dopo soli 40 giorni Lauda tornò a correre per il titolo, perchè non importa chi è il primo, tra lui e Hunt. Considerano sempre l’altro un passo avanti, qualcuno da raggiungere, e da cui non essere raggiunti.
E Hunt non fa sconti, a Niki. Non ci va leggero perchè è quasi morto, non si trattiene perchè è in ospedale: vuole vincere, e continua a sfidarlo esattamente come prima. Che suppongo sia una buona cosa, per chi subisce un trauma del genere, che ti trattino come se non fosse cambiato nulla.

Insomma, al momento direi che è il miglior film su due rivali che abbia mai visto.

Le interpretazioni sono favolose. A parte il momento in cui Favino è entrato in scena e io ho detto “Favino!” mentre mia madre diceva “Ragazzoni!”, Chris Hemsworth e Daniel Bruhl sono stati favolosi. Ci sono scene dove vedi solo i loro occhi e capisci tutto.
In particolare ho apprezzato Bruhl in una delle ultime scene: dopo essersi ritirato all’ultima gara per via delle condizioni metereologiche impossibili, Lauda va nei box a seguire la gara: a quel punto Hunt doveva arrivare terzo per riuscire a togliergli il titolo di campione mondiale, ergo gli conveniva di brutto che perdesse. Ma nel momento in cui Hunt si mette a tentare l’impossibile, a guidare letteralmente come un pazzo, la recitazione di Bruhl diventa sottilissima: si vede che non vuole che vinca, ma anche che ogni volta che Hunt riesce a fare qualcosa esulta perchè è bravo, e che è sollevato perchè non è uscito di strada. E lo fa senza dire una parola.

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