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La “stanza” della vita / 5 novembre 2015 in Room

Dopo essersi fatto notare al Sundance Film Festival 2014 con il peculiare ma meno riuscito “Frank”, il regista irlandese Lenny Abrahamson si ripropone con un dramma d’indagine sul post-trauma, nel quale l’ampiezza tematica viene sviscerata con garbo e con una capacità di sinteticità esaustiva che è raro rintracciare sul suolo cinematografico. “Room”, nei suoi martellanti 118 minuti di durata, non cede al melò ruffiano e morboso, ma con discrezione fa luce sulla storia di una ragazza, Joy Newsome, che dopo essere stata rapita da un maniaco viene rinchiusa in una stanza, dove partorirà suo figlio. Per il piccolo Jack, che ha appena compiuto cinque anni, il mondo è contenuto tutto in quella “stanza”. Sa che al di fuori di essa si trova lo “spazio”, ossia la realtà; la cinepresa, in effetti, si muove esclusivamente allo scopo di sottolineare la vastità percepita dagli occhi del bambino, creando un effetto che ricorda di certo le navicelle spaziali, e di conseguenza riedificando l’essenza della gestazione.

Le percezioni prendono piede, seminando un sentore di curiosità insinuante, con impressioni emotive, sensoriali, addirittura tattili. Ma per proteggere il suo Jack dal contesto tragico in cui sono costretti a “vivere”, Joy installa un immaginario scenico nella sua mente in modo tale da conservare tra di loro, nonostante tutto, momenti costruttivi e di sana gioia casalinga. Una spensieratezza che però è vera solo a metà, così come la connotazione di rifugio, tale da aprire una riflessione più ampia con l’avanzare del racconto. Il valore della casa e del senso di conforto viene qui ribaltato nel passaggio da uno spazio chiuso all’altro, che in un certo modo provoca un rinculo emotivo e depressivo: nessuno dei personaggi si riconosce nel ruolo da loro stessi prefissato, fin quando tutte le ferite non saranno venute a galla, e tutte insieme, proponendo con durezza quello che è il dramma universale del contatto con la realtà.

Vita, morte, crescita, responsabilità, violenza: tanti e complicati sono i temi analizzati nella pellicola di Abrahamson, che non lascia spazio né a parole di troppo, né a domande insistenti, ma crea invece la possibilità di una riflessione che perdura anche dopo la sua visione. Tratto dall’omonimo romanzo di Emma Donoghue, “Room” si prefigge quale nuova e acuta elucubrazione sui paesaggi interiori (molto più di quelli esteriori) dell’essere umano; un’opera dalle tinte sfumate tali da permettere una chiave di lettura psicologica ardita ma ben ponderata, e quindi efficace. Notevoli le interpretazioni di un cast consistente, tra i cui componenti spicca Brie Larson, che nel ruolo di Joy, alias Ma, dà prova dell’intensità del conflitto madre / figlio e realtà / irrealtà, affiancata da Jacob Tremblay, che da subito chiarifica un’eccezionale capacità d’interiorizzazione, tra l’esilità dell’infanzia e l’eroismo di un innato senso di responsabilità.

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