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Recensione su Romanzo di una strage

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6 febbraio 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Il progetto di base è ambizioso: per trattare un argomento come la strage di Piazza Fontana non si può prescindere dalla contestualizzazione sociale e politico-ideologica dell’Italia di fine anni ’60 inizio ’70, non si può prescindere dalla cornice internazionale, e non si può prescindere dall’approfondimento di una serie di attori istituzionali e civili che hanno fatto la storia di quegli anni. Ora: è mai possibile condensare tutto ciò in un film di due ore? La sfida che affronta Giordana è ardua. A mio avviso riesce sotto molti aspetti, per altri risulta invece meno convincente.
Innanzitutto ogni scena e ogni virgola assumono un significato, non bisogna lasciarsi sfuggire nessun particolare in questa densissima ricostruzione che ha il pregio, a mio avviso, di riuscire lineare e coerente, una sorta di bignami ultra concentrato facilissimo da consultare, quindi ben fatto, assolve al suo scopo. Molta attenzione è dedicata alla certosina ricostruzione di alcuni dialoghi e battute storicamente verificatisi. Ho apprezzato il modo in cui in pochi minuti si riesce a dare l’idea dell’aria di scontro che si respirava nel ’69: da una parte Saragat che, in seguito alla morte di Annarumma in scontri di strada, trova ragionevole parlare pubblicamente di “barbaro assassinio” (un Presidente della Repubblica che si rivolge alla nazione), dall’altra Feltrinelli che in tutta tranquillità caldeggia la “resistenza armata” di fronte ad un pubblico di centinaia di universitari. Questi due semplici ed efficacissimi esempi sono ben collocati, come anche è ben resa la totale pressapocaggine della questura di Milano (indimenticabile il “balzo felino” imputato a Pinelli, insieme alla scarpa volante), la tensione in seno al governo, la ricostruzione dei movimenti di Ordine Nuovo e del SID, di Avanguardia Nazionale, delle Chiaie, Borghese, dei servizi deviati, le infiltrazioni da tutte le parti, il tritolo (dell’operazione Gladio), anche Valpreda (che davvero era un personaggio, altrimenti non si sarebbe prestato così bene e così in fretta a ricoprire il ruolo di capro espiatorio). Tutto si incastra a formare un puzzle ben costruito, dove i pezzi (già estrapolati e scelti con attenzione in modo da includere nella narrazione solo quelli veramente significativi) combaciano anche con un certo buon ritmo narrativo.
Non mi ha convinto l’aspetto dedicato ai personaggi. In particolare la coppia Pinelli-Calabresi (nulla da dire agli interpreti, bravi entrambi): perché volere offrire ritratti a tutto tondo se è evidente che non c’è tempo né modo per alcun approfondimento? Escono fuori queste due figure “eroiche”, entrambe vittime, accomunate da un sentimento di amicizia evidenziato molto ma molto più di quanto fosse necessario. Un po’ un eccesso di buonismo che stona rispetto al tono neutrale e incalzante con cui sono narrati gli altri eventi. Soprattutto avrei evitato di inserire anche il caso Calabresi (buttato lì così, Lotta Continua è menzionata sì e no un paio di volte), così ci saremmo risparmiati anche la presenza di un’insulsissima Laura Chiatti. Altrettanto buonista la figura di Moro, che due volte su tre sta in chiesa a pregare (anche se pronuncia battute memorabili). Probabile che il problema sia alla radice, nel voler proporre sullo schermo delle figure che sono ancora troppo vive nella memoria collettiva, che appartengono ad un passato troppo recente, per cui non si riesce ad affrontarle in maniera obiettiva e distaccata, come la narrazione avrebbe richiesto, e si sente invece la necessità di doverle riscattare/nobilitare.
A parte questi aspetti (che hanno una relativa rilevanza), e senza entrare nel merito delle conclusioni che vengono suggerite nel finale, è sicuramente un buon film da consigliare.

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