Recensione su Roma, Città Aperta

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23 Aprile 2017

Roma città aperta segna l’avvento del neorealismo che verrá poi definito, più rappresentativamente, da Ladri di Biciclette.
Rosellini immortala una Roma lacerata dall’occupazione fascista; una pellicola filmata nell’estrema necessità di raccontare e mostrare la realtà di un popolo che si oppose alle angherie naziste. E lo fece con una produzione risicata, che rende ancor più crudo il narrato.
Una strepitosa Anna Magnani va in sposa ad un uomo della resistenza. Lei che non recitava ma ERA le parti che impersonava. E quella sua corsa disperata, a distanza di più di 70 anni, fa ancora male.
Aldo Fabrizi è un prete che appoggia la resistenza, usufruendo delle concessioni degli uomini di chiesa, permettendogli una copertura adeguata per poter operare, come possibile, in favore di tutti coloro che combatterono per la libertà.
Molte sono le opere che tentarono di raccontare la Seconda Guerra Mondiale ma nessuno mai ha trasmesso una tale sofferenza in una rappresentazione cinematografica, in maniera così schietta, priva di misticismi e finzione.
Fabrizi che osserva l’uomo della resistenza torturato dalle truppe naziste, come un martire, ricordando il Cristo che molti credevano “si fosse voltato”, genera un senso di inquietudine, di conflittualità, tra credo e realtà, per chiunque contesti la fede nel momento in cui l’uomo vive simili barbarie, vittima dell’uomo stesso.
E il film in sé, nella sua interezza, ci ricorda cosa l’uomo, il nostro paese, la mia Roma, abbia vissuto.

2 commenti

  1. Stefania / 24 Aprile 2017

    Il merito maggiore di questo film credo risieda nel suo coraggio e nella sua capacità di sintesi: venne girato a partire dal gennaio del ’45, a Liberazione non ancora avvenuta, e trasuda copiosamente ferita indignazione.

  2. Samurai Macedonia / 24 Aprile 2017

    Assolutamente. Si respirano ancora gli anni dell’oppressione, della Roma polverosa, in macerie, devastata dalla guerra.

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