Recensione su Roma, Città Aperta

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Capolavoro, ma… / 17 Novembre 2016 in Roma, Città Aperta

Il film manifesto del neorealismo italiano (insieme a Ladri di biciclette di De Sica) è un capolavoro celebrato inizialmente più all’estero che in patria (è uno degli undici film premiati con il Grand Prix alla prima edizione del Festival di Cannes, quando ancora non esisteva la Palma d’oro).
È un film su cui è già stato detto di tutto.
Delle grosse difficoltà nella realizzazione (iniziato a girare in un’Italia in cui ancora si combatteva, utilizzando pellicola scaduta).
Della scena clou della corsa di Anna Magnani in via Montecuccoli, una delle più celebri, belle e drammatiche della storia del cinema, l’equivalente italiano della sequenza della carrozzina de La corazzata Potëmkin.
Delle interpretazioni perfette degli attori, sia quelli professionisti (la Magnani meglio di Fabrizi), sia delle comparse e dei ragazzini, tra cui spicca la meteora Vito Annichiarico nei panni di Marcello (la voce è di un Ferruccio Amendola agli esordi di una eccellente carriera da doppiatore).

Roma città aperta è sicuramente un film straordinario, con una sceneggiatura che inizialmente doveva puntare tutto sulla figura di don Pietro Pellegrini, ispirata a due preti vittime della barbarie nazista, don Giuseppe Morosini e don Pietro Pappagallo. Fu anche grazie all’intervento nello script di un giovane Federico Fellini che la pellicola ha assunto i suoi connotati definitivi di opera corale sulla resistenza italiana, dove quella di don Pietro è soltanto una delle tre figure chiave.
Ma volendo essere un po’ critici, quello di Rossellini è anche un film con cui l’Italia e gli italiani cercavano di riabilitarsi agli occhi degli stranieri, dopo anni di un maggioritario cieco appoggio al fascismo.
Gli stessi Rossellini e Fabrizi negli anni precedenti si erano compromessi con il fascismo, partecipando ad opere di propaganda antisovietica ed antialleata. Necessità di lavorare, potrebbe dire qualcuno, ma è pur vero che in quegli anni in cui i due si piegavano a qualcosa di forse più grande di loro, c’era gente che sacrificava le proprie esistenze nella lotta partigiana.
La Roma di Rossellini sembra quasi interamente schierata contro i tedeschi e gli apparentemente pochi fascisti ancora in circolazione.
Confrontandola con la Roma di Ettore Scola e del suo Una giornata particolare, ambientato sei anni prima degli episodi descritti da Rossellini, sembra trattarsi di due realtà e due città completamente differenti.
Ciò sicuramente non può inficiare il giudizio su quello che è considerato uno dei massimi capolavori del cinema italiano, sicuramente non dal punto di vista artistico, magari un po’ da quello storico.
Roma città aperta è il film con cui Rossellini si faceva voce di quell’Italia che voleva scusarsi davanti agli occhi della comunità internazionale, trincerandosi dietro le gesta dei propri campioni di eroismo: Pina, l’ingegnere, Don Pietro.

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