Recensione su Ro.Go.Pa.G.

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M / 10 Febbraio 2020 in Ro.Go.Pa.G.

Illibatezza (Rossellini) Voto: 7
Tra i drammi popolari del periodo neorealista e i drammi privati del periodo successivo (su tutti Viaggio in Italia) che l’hanno reso famoso nel mondo, il Rossellini leggero, quasi da commedia, è evidentemente noto a pochi. Eppure di film ascrivibili al genere ne ha fatti diversi, e questo corto vi rientra appieno. La storia di una hostess italiana perseguitata da un viaggiatore americano durante un viaggio in Asia è sì smaliziata e divertente, ma la mano dell’autore la si riconosce subito, sia nella forma (quanta bellezza c’è nella scena in camera da letto col ventilatore che muove continuamente luci e ombre) sia nel contenuto: il finale a prima vista semplice, all’apparenza anche banalotto, è in realtà una riflessione freudiana sulla società moderna preda di un complesso di Edipo collettivo, bisognosa del ritorno alla pace e alla protezione della cavità uterina.

Il nuovo mondo (Godard) Voto: 6,5
Non il miglior Godard, ma corto comunque con più punti di interesse: una bomba atomica viene fatta esplodere a 120Km d’altezza, esattamente sopra Parigi. Apparentemente non ci sono conseguenze, ma le persone iniziano a comportarsi in maniera strana, eccezion fatta per il protagonista, che osserva una città in preda al delirio. In particolare è nel rapporto con la sua ragazza che il corto riesce benissimo: i dialoghi incomprensibili sono meravigliosi, con lei incapace di mantenere un filo logico, che dà risposte incoerenti o che chiede il significato di parole banalissime. Ma la sensazione è che la chiusura sia troppo frettolosa, manca un vero e proprio epilogo e si resta con un po’ di amaro in bocca.

La ricotta (Pasolini) Voto: 9
L’episodio più roboante, e secondo alcuni il capolavoro di Pasolini (perlomeno al cinema). Durante le riprese di un film sulla passione di Cristo un poveraccio chiamato Stracci, comparsa (è il ladrone buono), vive nel costante tentativo (perlopiù fallito) di mettere qualcosa sotto i denti. Pasolini prende in giro tutti, i sottoproletari che tanto amava e i ricconi borghesi che detestava, la religione in cui credeva (costò il bando del film e uno dei tanti processi all’autore) e il cinema che professava (gli esagerati e farseschi avanti-veloce, ma anche tutte le scene sulle riprese, sempre sballate, grottesche, ignobili). Soprattutto, Pasolini prende in giro se stesso, nella figura di un regista (interpretato da Orson Welles) che si vuole anticonformista ma che è in realtà succube di padroni (il suo produttore, nonché padrone del giornale a cui concede un’intervista) e padroncini (la star del film, che decide l’ordine delle riprese). E proprio l’intervista che il regista Pasolini/Welles concede al mediocre giornalista in cerca di scoop è il punto più alto di un corto altissimo: diretta, violenta, filosoficamente ambigua ma ineccepibile, c’è tutto il rancore di Pasolini verso una società che non lo capiva e che invece lui cercava di interpretare, non sempre riuscendoci. Altro momento straordinario è l’agognato pasto di Stracci, toccante e doloroso nella sua ironica messinscena (che diventerà ancor più ironica nella scena finale). Bellissimo.

Il pollo ruspante (Gregoretti) Voto: 6,5
Chiaramente il regista meno dotato dei quattro, Gregoretti riesce comunque a mantenere il livello più che buono. Un impiegato, perfetto rappresentante della nuova classe media, firma 24 cambiali per comprarsi un televisore ma durante un carosello con Topo Gigio visto insieme alla famiglia scopre che è in realtà uscito un nuovo modello. Seguono vicissitudini sui loro acquisti non necessari e sull’impellente necessità di apparire come i signorotti che non sono. La “scontentezza programmatica del consumatore” è protagonista del corto, con i figli del protagonista che recitano a memoria i vari caroselli mentre lui e la moglie inseguono sempre il nuovo, l’ultimo modello, la felicità tramite l’acquisto. Sarebbe un filo didascalico, ma viene riscattato da alcune trovate ironiche ben riuscite (su tutte, l’allegoria del pollo ruspante e del pollo d’allevamento, ma della successiva immagine coi polli proprio non c’era bisogno, inutile spiegazione del già capito) e dal controcanto di un professore universitario che tiene una lezione proprio sui comportamenti degli italiani nel consumismo post-boom (alternato ai vari episodi di vita famigliare, li descrive alla perfezione dandone un valore esemplare e beffardo).

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