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Ritratto di famiglia con tempesta

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Raddrizzare la schiena / 4 Giugno 2018 in Ritratto di famiglia con tempesta

(Riflessioni sparse)

Prima di questo film, di Kore-eda avevo visto solo Father and Son, che mi era piaciuto molto per via della rappresentazione del concetto di paternità.
Anche qui, il tema del rapporto padre-figlio è decisamente importante, ma, a dispetto del titolo (originale e adattato), questo non è un racconto corale: il protagonista è uno solo, lo scrittore-detective Ryôta, un bambino cresciuto, un uomo incapace di prendersi precise responsabilità genitoriali, incastrato nel condivisibile desiderio di affermarsi umanamente e professionalmente, legato suo malgrado a una figura paterna esecrata per gran parte del film da tutti i personaggi, ma, di fondo, ricordata con affetto.

Intorno a lui si muove la sua famiglia, composta da un’anziana madre ironica, fantasiosa e tenace, una sorella acidella, una ex moglie di cui è ancora innamorato e un figlio che quasi non conosce e che non sembra provare particolare stima nei suoi confronti. A corollario della sua vita scalcinata, che si muove fra sale di pachinko, velodromi e un monolocale sporco e impersonale, ci sono i colleghi di lavoro, su cui spicca un apprendista che sembra sinceramente affezionato a lui e interessato alla sua sorte.

Il lavoro di Kore-eda si concentra sulla descrizione di una certa domesticità nipponica (la casa della madre è vissuta, zeppa di oggetti, di disordine, di cibo) e della quotidianità arruffata di Ryôta. L’evento-chiave del titolo, la 24ma tempesta dell’anno, è solo un momento particolare di questo racconto, non ne rappresenta lo snodo fondamentale, non è il “momento catartico” nella vita del protagonista, ma uno dei tanti episodi che concorrono a farlo diventare ciò che vorrebbe essere. In realtà, il momento chiave del film è contenuto nelle sue ultimissime sequenze, quelle in cui Ryôta firma con un pennello calligrafico una copia del suo libro usando il suzuri (una sorta di calamaio) appartenuto al padre.
Come spiega Kore-eda in un’intervista rilasciata in occasione della presentazione del film al Cinema Nuovo Sacher di Roma e contenuta negli extra del dvd italiano, i personaggi del film sono curvi sotto il peso della propria vita. Ma, alla fine, rialzano la schiena. Ryôta lo fa fisicamente e psicologicamente. Vedendolo allontanarsi nel traffico di Tokyo, allo spettatore viene quasi naturale augurarsi che il gesto di catartica unione ideale con quel padre ormai fisicamente assente ma così importante nella sua vita tanto da definire il suo carattere gli sia d’aiuto per trovare definitivamente la propria ispirazione artistica e il suo posto nel mondo.

Nel cast, diversi volti noti del cinema giapponese contemporaneo: Abe Hiroshi (Thermae Romae), Kiki Kirin (Le ricette della signora Toku) e Lily Franky (uno dei padri di Father and Son).

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Tik Toku / 30 Agosto 2017 in Ritratto di famiglia con tempesta

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Sta arrivando la 24esima tempesta, governo ladro. Da una nonna ci sono i figli, lei precisina e gnegne, lui sfigatozzo, Ryota, il quale ha vinto un premio letterario anni fa e ora vorrebbe ma non riesce scrivere il secondo; nel frattempo lavora per incastrare e ricattare amanti in un’agenzia di investigatori privati, è stato mollato dalla moglie che ora la da a uno zarro e il figlio lo vede once in a month. All’arrivo della famiglia, la tempesta si ricostruisce, o almeno ritrova un equilibrio plausibile. Con i dettagli e la nonna che cucina (che è la stessa della signora Toku, che non ho visto ma mi sembrava proprio un film da VDC, e l’ho sconsigliato a tutti), nel suo quartiere periferico di vecchi. La prima parte dipinge Ryota, che ha sostanzialmente quasi tutti i difetti, mente, beve, ruba i soldi alla mamma, vorrebbe un sacco di cose ma non può. Accanto gira un ragazzotto che lavora con lui, col testone enorme. Qui si vede il Giappone e quanto è alienante, le luci e i colori stupidi delle città. Nella seconda la riunione, più o meno casuale e risolutiva, non per segnare un nuovo inizio ma il riprendere di un filo di ricordi e condivisione. Siamo all’incrocio tra il lessico familiare di Ozu e i personaggi stralunati e hardboiled di Kitano e tutta la vague asiatica di investigatori loser di vent’anni fa. Ovviamente non si spara e tira pugni, Ryota è un vero finto investigatore, scrittore dentro ma forse non fuori, un po’ scemo in&out, ormai incastrato in una gelosia patologica verso l’ex moglie e incapace di costruire alcunché. La persona ideale con cui uscire a bere! Epperò si specchia nello sguardo del figlio, che in lui spera e ripetutamente viene deluso, e da quello parte la sua ri-costruzione – auspicabilmente – affiancato da una mamma un po’ svampita con l’età che è un personaggio splendido e delicato, che sogna e vive e cucina, e dalla ex moglie che dentro la tempesta segue il flow. Cinema d’interni, più nel senso dei sentimenti che in quello fisico, e di quanto soffici le emozioni patiscano a scontrarsi con il mondo che è duro.

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