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Recensione su Riparo

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9 marzo 2011

E’ un buon film. Tutto si regge su una storia interessante e studiata per esacerbare le crisi dei personaggi e su tre prove attoriali davvero buone, non solo la Medeiros, ma anche la Lisskova molto in parte e molto naturale, e il ragazzino, immagino esordiente, davvero bravo.
Siamo nel nord est opulento, una coppia di donne torna dalle vacanze in marocco e scopre un ragazzo infilato in auto, un clandestino che cerca la via dell’europa. Una delle due, proprietaria di un’industria, si promuove sua salvatrice, con un’urgenza quasi colpevole, con un bisogno di fare qualcosa che denuncia una certa difficoltà di star bene con se stessi. L’altra, la compagna, lavora in manovia nella stessa azienda, ha un rapposto complicato da sensi di colpa con il padre morente, vive un rapporto sclerotizzato da una asimmetria di rapporti di forza molto evidente.
Il ragazzino si trova in questa situazione nel tentativo di ambientarsi e rifiutando, a priori per motivi culturali, che un rapporto del genere possa darsi.
Sono appunto i rapporti di potere, la libertà di certuni e le costrizioni degli altri ad essere messi in luce: non possono bastare atti “buoni”, azioni compassionevoli, facilmente ritirabili per altro, per risolvere “riparare” i guasti, chi non ha indipendenza non può decidere, non può imporsi, non può a volte scegliere. Le dissonanze della disegualità sociale sono tutte lì, senza possibilità di risoluzione attraverso un gesto caritatevole. Questo a mio parere il centro del film. In esso si innesta la difficoltà di coppia, soffocata da questo rapporto diseguale, la mancanza di comunicazione fra le due donne, le tensioni famigliari e il problema dell’esposizione sociale (ed è molto simpatica l’idea che per bocca del ragazzo siano eplicitati tutti quei no al rapporto lesbico che sono poi, nei comportamenti, condivisi dalla madre della donna ricca, un collegamento culturale davvero interessante, per riproporre l’universalità del pregiudizio), la precarietà del clandestino che è alla mercè dei voleri e degli umori di altri.
Il ragazzino finisce per essere una vittima della piccola guerra fra le due donne.

Piccola notazione: la fabbrica teatro del film deve tagliare degli operai, scelgono il reparto della compagna della proprietaria, tutti ricevono la lettera di licenziamento tranne lei, ovviamente. Ma le compagne di lavoro, accusandola di subire un trattamento privilegiato, dimostrano che, nel sentire comune, quel rapporto di coppia non è percepito come normale, ma al limite come clandestino, irregolare, iniquo.
Quando cose del genere accadono nessuno si aspetta che la fabbrica licenzi il coniuge del proprietario, ma è quasi immorale salvare la compagna della proprietaria. (anche i privilegi hanno una gradazione di accettazione sociale relativamente al pregiudizio coltivato)

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