Recensione su Ring 0: Birthday

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1 Novembre 2017

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Arrivato al terzo capitolo, senza considerare l’episodio apocrifo Spiral (1998), la saga giapponese Ring fa un passo indietro, chiudendo metaforicamente il cerchio (giusto per restare in tema di anelli), sfornando un prequel che racconta la storia di come, trent’anni prima delle vicende dei film precedenti, si sia arrivati alla morte di Sadako Yamamura e alla creazione della nefasta videocassetta che uccide, dopo sette giorni, chiunque la guardi. Lo sviluppo della storia ricorda quella di Carrie, con la giovane ragazza che, unitasi a una troupe teatrale dopo la morte della madre, si trova al centro di un intreccio di gelosie e amori non corrisposti che finiranno col far emergere i suoi terrificanti poteri. Il film è tratto dal racconto di Koji Suzuki, anche autore della sceneggiatura, Lemonheart, contenuto nella raccolta Birthday (Bāsudei 1999), inedita in Italia e che raccoglie tre storie brevi, tutte ambientate nel medesimo universo narrativo dei romanzi Ring, Spiral e Loop, dove l’elemento ricorrente è proprio Sadako. Cambia l’attrice che interpreta la protagonista, Rie Ino’o lascia il ruolo a Yukie Nakama. Avvicendamento anche alla direzione, che passa da Hideo Nakata, regista dei primi due film, al meno dotato Norio Tsuruta, autore nel 2007 di un’altra riduzione di un racconto di Suzuki, Crociera di sangue (Dream Cruise), ma il problema del film non è la regia senza particolari guizzi, ma il concetto stesso del voler raccontare e rendere esplicito tutto ciò che è avvenuto prima, non concedendo più niente all’immaginazione dello spettatore e al fascino di una storia misteriosa. Aspetto, quest’ultimo, reso sempre più evidente dal proliferare, non solo in ambito horror, di prequel desiderosi di narrare antefatti a vicende già note.

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