Recensione su Riding the Bullet

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Ennesimo lavoro dello scudiero di King / 9 Gennaio 2017 in Riding the Bullet

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Riding the Bullet fu una delle tante trovate editoriali di Stephen King, esso vanta, infatti, il primato di essere stato, nel 2000, il primo racconto pubblicato direttamente via internet sotto forma di e-book. Solo in seguito fu riproposto all’interno della raccolta Tutto è fatidico (Everything’s Eventual, 2002). In Italia inizialmente uscì in libretto accompagnato da un CD-ROM dedicato alle opere di King e ai suoi progetti futuri. Sostanzialmente un’operazione commerciale per un racconto che ripropone gli stilemi dell’autore del Maine in maniera né migliore né peggiore di altre sue produzioni. King ha curato, in qualità di produttore esecutivo, questa riduzione cinematografica (in Italia uscita direttamente in Home Video) affidandone la regia all’ormai collaudato regista di fiducia, Mick Garris, già autore (viene da dire, responsabile) delle trasposizioni di altre sue opere come I sonnambuli (1992), L’ombra dello scorpione (1994) e lo Shining televisivo (1997) e che ormai sembra aver legato tutta la propria carriera professionale a doppio filo con quella del Re del brivido (in seguito realizzerà anche trasposizioni televisive di Desperation e Mucchio d’ossa). Il film, ambientato nel 1969, racconta di Alan (Jonathan Jackson), un giovane studente universitario con problemi di sdoppiamento di personalità, manie suicide e un difficile rapporto con la propria ragazza. La vigilia di Halloween riceve una telefonata da una vicina di casa che lo avvisa che la madre (Barbara Hershey), con la quale il ragazzo, orfano di padre, ha un forte legame affettivo, ha avuto un ictus e che è ricoverata al vicino ospedale. Alan decide di raggiungere la madre la sera stessa in autostop, poiché si trova sprovvisto di auto. Il timore che la madre possa non farcela, una serie di strani incontri sulla strada e l’incipiente schizofrenia, rendono il viaggio uno sconvolgente calvario. Dopo essersi riposato in un cimitero che costeggia la strada, accetta il passaggio di uno strano tipo che afferma di chiamarsi George Staub (David Arquette), stesso nome che Alan aveva letto su una delle lapidi del cimitero. Staub si rivelerà essere un messaggero dell’aldilà, sceso a raccogliere un’anima. Spetterà ad Alan decidere quale, la sua o quella dell’amata madre. Il racconto ripropone la leggenda dell’autostoppista fantasma a ruoli invertiti, qui lo spettro è chi dà il passaggio. Il “Bullet” del titolo è un’attrazione da Luna Park su cui Alan non aveva avuto da ragazzino il coraggio di salire dopo una lunga fila fatta con la madre, cosa che aveva fatto infuriare la donna e suscitato sensi di colpa e inadeguatezza nel ragazzo. Proprio i sensi di colpa e i ricordi di un’infanzia tormentata sono il tema portante del racconto di King. Il film ne ripropone la trama, aggiungendo una serie di elementi sinceramente non necessari col solo scopo di allungare il brodo del racconto, troppo ristretto per coprire tutta la durata di una pellicola. Sono un’invenzione dello sceneggiatore, infatti, i problemi di precarietà mentale del protagonista (comunque lasciati in superfice e non approfonditi) e il personaggio della fidanzata (nel racconto il ragazzo è quasi vergine). Come spesso capita ai lavori del regista, il film fatica a ricreare l’atmosfera del racconto. L’ambientazione temporale della notte di Halloween del 1969 (nel racconto è una generica notte di Luna piena contemporanea) sembra buttata lì probabilmente con l’intenzione di aggiungere ulteriori suggestioni orrorifiche al film e fornirgli un ottimo accompagnamento musicale. Il tono da commedia nera che accompagna alcune scene, sembra abbastanza fuori luogo. La parte più convincente è la prima, fino all’inquietante incontro con Staub, poi il film accelera, trasformandosi in una specie di baraccone horror (e infatti una lunga sequenza è ambientata all’interno di un parco divertimenti).

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