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Recensione su Revolutionary Road

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Fa male essere come tutti gli altri / 22 febbraio 2014 in Revolutionary Road

A undici anni dalla loro (prima e) ultima volta insieme, la coppia più bella di Hollywood viene riunita dal (ex) marito di lei per interpretare i coniugi Wheeler e dar vita a quello che è, a tutti gli effetti, il mio film preferito.

Tratto dall’omonimo romanzo di Richard Yates (che si è ispirato ai suoi genitori), Sam Mendes inscena il teatrino della famiglia medio-borghese dei mitici anni ’50 americani. Quelli del benessere, delle gonne a ruota. Gli anni del Boogie-Woogie e del sogno americano. Delle felicità preconfezionate e dei giardini perfetti. E dà ai magnifici Di Caprio e Winslet il compito di prendere parte a questo quadretto familiare impeccabile, invidiato, solido. Molto più nella forma, che nell’essenza.

Revolutionary Road m’ha fatto innamorare sin dalla prima volta. Perché è stato come “una lampadina che s’è accesa” sopra la mia testa. Perché quando vedi su schermo le tue paure, le tue ansie sul futuro, non puoi che rimanerne folgorato. Come per dire “cazzo, io la penso come April”. Ma poi…

Revolutionary Road è il ritratto della famiglia media. Che supera ceti sociali e contesti storici, perché è universale. Tutt’ora.
Guardate i vostri genitori, le coppie a voi parenti, gli amici, i conoscenti di qualche anno in più. Quante volte avrete pensato “Io non diventerò mai come loro?”.

E’ questa domanda ad incarnare lo spirito cardine di Revolutionary Road. Quella fatidica domanda che fa da specchio ai giovani Wheeler, quelli dei flashback, quelli dei primi tempi. Pieni di sogni, di progetti. Pieni di vita e voglia di vivere. Innamorati sognatori con gli occhi pieni di speranze. Speranze per una vita idilliaca, un futuro radioso, senza schemi, senza preconcetti. Senza vincoli di alcun tipo, sociali innanzitutto.
Contrapposti ai Wheeler odierni. Una patetica coppia come tante, infagottata da un’aura di superiorità immeritata. Da una perfezione ostentata. Nauseante. Opprimente. Una coppia che alla fine è cascata nello stesso “vuoto disperato” come tutte le altre.

I Wheeler sono la classica famiglia della Mulino Bianco. Quella che sembra felice. Ma non lo è.
Dopotutto, un impiegato nella media, che si sperde nella folla di uomini a lui identici, e una casalinga frustrata e piena di rimpianti, non possono che formare una coppia di me**a. In un contesto di me**a. Dove l’unico che sembra averci capito qualcosa, o meglio, che abbia il coraggio di parlare chiaro, è la figura del pazzo. L’eccezione. L’anomalia. L’unica vera forma di diversità in un contesto di omologazione dilagante.

E Sam Mendes, facendo sempre riferimento al romanzo di Richard Yates, si diverte ad infilzare il dito nella piaga. Ad immagonire ancor di più una situazione già melodrammatica di suo. A decostruire quel perfetto quadretto familiare, smontandolo pezzo dopo pezzo. Minuto dopo minuto, facendo emergere la vera natura di questa famiglia apparentemente perfetta e solida.
Facendo crollare i Wheeler dal loro piedistallo, riportandoli in mezzo alla “feccia conformista” da loro tanto criticata.

Lo so che fa male essere come tutti gli altri.

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