Recensione su Regression

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Regressione mentale / 14 Dicembre 2015 in Regression

Dopo sei anni di silenzio, il regista Alejandro Amenábar torna a lavorare per il grande schermo con “Regression”, riprendendo proprio quell’elemento di suspense con il quale aprì la sua carriera nel 1996 con “Tesis”, film in cui aveva già perlustrato il territorio dell’orrore e del suo potere sublimante e ipnotico. D’altronde, è proprio questo aspetto che caratterizza la firma di Amenábar, nonostante il regista spagnolo abbia tastato vari generi, dal dramma all’horror: basti pensare a film come “Apri gli occhi”, nonché la sua più celebre ed acclamata pellicola, ovvero “The others”. Con “Regression”, Amenábar riporta alla luce la sua passione per il cinema horror e per il poliziesco americani degli anni ’70 e per pellicole come “L’esorcista” e “Rosemary’s Baby”; a tal proposito cerca di ricreare dei toni cinematografici il più possibile vicini a quell’epoca, tenendo presente una cura estetica corrispondente alle sue intenzioni. Il film si rifà ad episodi realmente accaduti negli Stati Uniti negli anni ’80, ma non è questo ciò che ci interessa: il suo obiettivo è quello di rovistare in una soffitta impolverata, quale è la mente umana, circuita da un “male” che trova le sue scorciatoie attraverso la perdita di cognizione e di morale, ma ancor di più tramite meccanismi psicologici, inconsci o indotti, che arrivano a infestarla con profonde manipolazioni.

Così, con il pretesto dell’indagine del detective Bruce Kenner, sapientemente interpretato da un poliedrico Ethan Hawke, trova uno spiraglio il sempre dibattuto conflitto tra scienza e religione, in un composto di realtà e superstizione elaborato dal meccanismo più fragile e soggetto a travisamenti: quello della comprensione umana. È infatti la paura la vera protagonista di “Regression”, e quella fobofilia che l’uomo si auto-infligge, accompagnata dalle motivazioni in base alle quali si odia il brivido di ciò che appare sconosciuto e non si riesce ad afferrare con la ragione. Il paesaggio, descritto tramite la fotografia dai toni cupi e bluastri di Daniel Aranyó, è desolato, vuoto, ambiguo, proprio come i protagonisti del film, letteralmente storditi dai loro timori, vividi ma intrappolati in corpi e situazioni più o meno incontrollabili. La “regressione” di Amenábar è, chiaramente, totale, a partire dallo stile fino ai labirinti psicologici. Magari questa sua nuova opera non sarà consacrata tra le migliori dirette dal regista spagnolo, ma non lascia scampo in termini di orrore, allucinazioni e isteria: nemmeno per la mente più lucida e ferma.

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