Recensione su La finestra sul cortile

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Il perfetto formicaio / 25 giugno 2015 in La finestra sul cortile

Che cosa fa di ‘Rear Window’ un capolavoro? Innanzitutto direi il topòs del cortile, perlustrato nella sua interezza da una cinepresa curiosa e mobile come gli occhi di chi scruta la scena. Un’ ampia facciata bucata da finestre spalancate e balconi, una porzione di strada ai margini del campo, un modesto cortile. Un piccolo formicaio di vite che scorrono, focolari domestici di cui si percepisce solo qualche mozzicone di frase o le note di un malinconico pianoforte.
In secondo luogo, direi la posizione privilegiata del protagonista – James Stewart in una tra le più valide interpretazioni della sua onorata carriera – costretto sulla sedia a rotelle da un incidente ma nell’invidiabile condizione di avere una devotissima ricchissima fidanzata (Grace Kelly, raffinata Venere di Hollywood, bella da far commuovere), un gran scialo di tempo libero e un binocolo puntato su questo microcosmo che è praticamente un open cinema dove in ogni finestra viene rappresentato un genere (la commedia, il romance, il drammatico, ovviamente il giallo). Questa posizione privilegiata è dunque immediatamente assunta anche dallo spettatore.
Terzo: l’intrigo al centro della storia, in cui è facile immedesimarsi in virtù di questa stretta condivisione tra spettatore e protagonista, che si sviluppa con una tecnica di “ingolosimento” lento e progressivo, frame by frame. La presenza scenica di un grigio, bolso e circospetto Raymond Burr in questo senso è superlativa, direi wellesiana.
Quarto: ovviamente, il deus ex machina. Alfred Hitchcock al pieno della sua maturazione artistica; oltre alla magnifica intuizione nella scelta del soggetto di Woolrich, il maestro ‘apparecchia’ tutto il profilmico con quella levità e quella accuratezza che solo i grandi cineasti possono avere. Ogni porzione di interno catturata racconta nel dettaglio la situazione, con perfetta sintesi, e in questi mini-set i protagonisti recitano il loro piccolo film muto.
Quinto: il sonoro, che come in ogni buon giallo deve pesare quanto la fotografia; qui abbiamo una sintesi di rumori e voci magistralmente “addestrate” a tenere viva la suspance, oltre alle languide note del Lisa’s Theme di Waxman (che agli ascoltatori di vecchio jazz non può non richiamare in maniera sorprendente il classico standard “Where or when”).

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