Recensione su Reality

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15 gennaio 2013

C’è riuscito ancora. Garrone ha firmato un’altra meraviglia dopo Gomorra.
Partendo da fatti (se vogliamo) meno tragici ma trattando un tema importante e “grave” come quello della perdita di vista della realtà, del dominio del mondo patinato, delle illusioni figlie dei reality come realtà 2.0 ideale e premiante, sviluppa una storia ancora una volta ambientata nella Napoli delle miserie umane, coinvolgendo una famiglia e l’eroe della stessa, quel pescivendolo un po’ truffaldino, che cede alle richieste dei familiari e tenta il provino per la casa del Grande Fratello, la panacea ai dolori e i mali della vera realtà.
Da qui, parte la spirale che sempre più stretta avvolge Luciano, interpretato da un superbo Aniello Arena, naturalissimo e sincero, che si allontana dalla realtà per rifugiarsi nelle illusioni, nel sogno di “avercela fatta”, perdendo tutto ( dal materiale all’affettivo, dalla pescheria alla moglie) e sé stesso, costruendosi un proprio “confessionale” o semplicemente sentendosi “osservato” da quell’occhio di distopica memoria, che per Luciano rappresenta conforto e sconforto. Dentro o fuori la casa? Ammesso o no?
Circondato da numerosissimi comprimari (bravissimi), che formano la sua famiglia chiassosa, povera nella facciata e povera dentro, ignorante, speranzosa, cristiana, banale e affettuosa e da figure indistinte sullo sfondo, come l’ex partecipante del GF, Enzo, che ora fa la bella vita con le serate in discoteca e presenziando ai matrimoni ed è il mito della famiglia, oppure come tutte quelle persone che secondo Luciano lo osservano, ,lo analizzano e riferiranno i suoi comportamenti a chi decide il suo destino, ovvero la Casa.
Utilizzando una tecnica registica al servizio dello stato d’animo (la messa a fuoco costante su Luciano e la percezione che che il resto del mondo lo osservi è un modo perfetto per rendere lo spettatore partecipe della stessa sensazione del protagonista) Garrone firma numerose bellissime scene: innanzitutto la scena della discoteca, che è un incubo, un sogno venato di orrore, con le figure danzanti quasi demoniache ed Enzo l’eroe che si libra estatico nell’aria, a un passo dal pavimento, cioè dal tonfo che segue il successo effimero; poi le sequenze d’apertura e chiusura, che si richiamano e tramite simbolismo, o così pare a me, mostrano la vita di Luciano quando c’era a circondarlo la molteplicità ( e dunque la panoramica di una brulicante Napoli) e in seguito, come la sua vita si sia ridotto ad un punto fisso, la sua luce, circondato dal buio più morto ( la scena surreale dell’entrata clandestina nella casa e la telecamera che si allontana sempre più, riprendendo dall’alto un puntino di luce, dove Luciano è beato, attorniato da palazzi spenti, cancellati); infine molte altre scene, quelle di famiglia, dove emerge chiaro e netto lo sconforto e la gioia, la miseria e il lusso più falso.
Coadiuvato da una splendida colonna sonora di Alexandre Desplat, molto fiabesca, quasi burtoniana, ma perfetta per inquadrare l’illusione sovrana che guida tutti e da una fotografia caotica e disarmonica, specchio della vita dei protagonisti, il film procede senza fretta, alle volte basandosi solo sulla musica e sugli sguardi, sempre aggraziato ma pungente e a metà tra triste e comico.
La sensazione che mi ha lasciata è quella di vergogna e pena; sensazioni di cui ero già consapevole e che quasi non scuotono più, quando si lascia da parte il “reality” e lo si traduce in “realtà” ( dei fatti).
Vedetelo.

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