22 Recensioni su

Ready Player One

/ 20187.0289 voti

Altra perla del maestro Spielberg / 6 Novembre 2020 in Ready Player One

Ready Player One è un’altra perla che solo un regista come Steven Spielberg poteva regalarci. Il film vanta effetti speciali e visivi notevoli, come il regista ci ha sempre abituati, una trama per lo più semplice, ma ben strutturata con chicche di vario genere. Il film è come un videogioco, e come un videogioco ha i suoi easter egg. Troverete di tutto nella pellicola, omaggi a icone del passato, del nuovo e retro gaming, personaggi celebri degli anni 90. Nonostante presenti una notevole durata di 2h e 20m, scorre liscio con buoni ritmi, effetti sorpresa che colpiranno soprattutto chi ha vissuto gli anni 90 e i videogiochi dell’epoca. Il cast si comporta dignitosamente, la colonna sonora del film è un insieme di traccia anch’esse vintage azzeccatissima. Una buona fotografia e scenari splendidi completano Ready Player One, un film da vedere e rivedere. Un altro successo per il maestro Spielberg.

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fantastico / 17 Febbraio 2019 in Ready Player One

un grande libro, un grande film, un grande regista.

Grazie, nostalgia / 15 Gennaio 2019 in Ready Player One

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Un film carino, ma niente di più, che si basa soltanto sul far leva sulla nostalgia degli spettatori. Alla fine rimangono soltanto le citazioni, e nulla più.

Coloratissimo! / 1 Dicembre 2018 in Ready Player One

Visivamente è un gioiello, colorato, dinamico, pieno di action.
La trama invece è un po’ la solita idea dei deboli che si ribellano ai potenti, in questo caso sotto forma di videogioco, come fuga dalla realtà.
Bello e coinvolgente comunque, gotedevelo on alta definizione perché merita per gli occhi.
Un bel 7.

22 Settembre 2018 in Ready Player One

Se non fosse per l’effetto nostalgia, che colpisce perfettamente nel segno, la storia sarebbe la solita banale cerca, con evoluzione dell’eroe di turno.
Da rivedere più volte, ma solo per cogliere tutti i riferimenti.

Mi ha colpito nel segno / 26 Luglio 2018 in Ready Player One

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Sarà il tripudio nostalgico 80s-90s… sarà il ricordo dei mille-mila pomeriggi attaccati a Warcraft e Final Fantasy… sarà il linguaggio n3rd usato nel film che ho usato anch’io quando KILLAVO tutto e tutti e RULLAVO alla grande tutti i NABBI che incontravo…
ma questo prodotto mi ha sedotto.
Prodotto perchè faccio fatica a definirlo “film” , visto che per circa l’80% è – di fatto – un videogioco.
E poi è un mega contentitore di easter-egg…quasi un passatempo a chiederti “bene , ora quale sarà la prossima roba del passato che mi butteranno dentro ???”. Alla fine si passano le 2h e un pò a fare questo , più che a seguire la trama vera e propria : che comunque c’è , è valida e non annoia (pur essendo infarcita di clichè visti e rivisti).
A prescindere comunque da easter egg varie e se siete o meno appassionati di giochi di ruolo online , il prodotto / film…ha classe. Non è un accozzaglia di memorabilie buttate lì a caso , sono tutte aggiunte e “trattate” con delicatezza e rispetto. E’ un concetto difficile da spiegare …

Assolutamente da vedere , divertimento puro.

ps = mi raccomando , prima di vederlo , guardatevi assolutamente Shining di Kubrick , se non lo avete ancora fatto 😉

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Il troppo stroppia / 24 Luglio 2018 in Ready Player One

Quando un prodotto raggiunge una simile densità di citazioni e easter eggs, perfino le più gustose chicche per nerd si perdono diluendosi in una abbuffata galattica dove tutto è mixato e frullato a ritmo vertiginoso. Effetti da capogiro, ok, ma per quanto mi riguarda è lo Spielberg meno interessante. Un passo indietro rispetto al bellissimo The Post.

Bel film. / 12 Maggio 2018 in Ready Player One

Film ben fatto, con riferimenti non troppo casuali e una storia scorrevole. Gli attori sono stati all’altezza dei ruoli, il film in se ha una trama che appassiona e può coinvolgere parecchio. Pecca leggermente sul finale secondo me, ma nel complesso è un bel film da vedere in un pomeriggio di pioggia magari in compagnia.
Consigliato.

Un po goonies, un po Tron, e la leggenda del re pescatore / 1 Maggio 2018 in Ready Player One

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Film piacevole per i vecchi nerd come me, e con tantissimi riferimenti agli anni 80, ma anche alle leggende arturiane. Ed entrambe le cose mi sono piaciute molto. Come nelle leggende, Parzival deve cercare il graal e lui, l’innocente, arriva alla corte del re pescatore, dove deve chiedere il mistero del graal. Come fa davanti al grande inventore di Oasis. L’inventore poi si rifà chiaramente all’aspetto ideale di Merlino. Anche se il suo modo di fare davanti ai giocatori sembrava un omaggio al primo Willy Wonka di Gene Wilder, con la sua figura sparita e geniale.
La parte di avventura con i ragazzini invece mi ha rammentato il bellissimo Goonies. L’idea del film mi piace molto, con il videogioco come unico luogo futuro per la fuga della realtà. Forse ci stiamo arrivando davvero. Mi ha ricordato i bei pomeriggi passati a giocare proprio a World of Warcraft o Wolfestein, Ultima o altri game online, di ricostruzione virtuale, dove ognuno può essere quello che più preferisce. Il giocatore è ilbero di mutare sesso, razza e religione. Oasis è un luogo di svago e appagamento come il giardino di Venere del mito di Parzival.
La rete di internet è vista qui, come in Oasis, come luogo di libertà. O almeno che dovrebbe esserlo se nn fosse minacciata dallo strapotere delle multinazionali. E i veri potenti oggi sono, in real come in Oasis, chi può gestire la rete. Una buona idea da mettere in un film.
Quello che mi è sembrato troppo veloce e superfluo è la storia d’amore del protagonista. Avrei preferito un tradimento da parte di Artemis, dea vergine. O invece una spiegazione più precisa del mondo reale oltre Oasis. Chissà il libro com’è..
Meravigliosa la scena quasi finale della soddisfazione di tutti nella realizzazione del gioco in Oasis. Sembrava proprio quello che si prova nel finire un bel game.
Io avrei preferito che Parzival rendesse Oasis proprietà di tutti i giocatori. Ovvero del tutto libera. Ma forse era sperar troppo…

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Nostalgia canaglia / 28 Aprile 2018 in Ready Player One

Mai sottovalutare la potenza dell’effetto nostalgia! Per noi giovani-vecchi un po’ nerd a cavallo degli “anta” questo film è un viaggio nel tempo a caccia di citazioni e riferimenti della nostra gioventù. Perché ora il nerd/geek/sfigato occhialuto/videogiocatore/informatico va di moda, ma un paio di decenni fa non era proprio così e noi ce lo ricordiamo bene. Quanto è stato divertente riconoscere nelle scene personaggi e richiami più o meno palesi! Forse le citazioni sono anche troppe -e alcune scene davvero sovraffollate- ma credo sia stata una cosa voluta per piacere a varie fasce d’età. E allora non sarà uno di quei film che ti cambiano la vita, con una trama rivoluzionaria o chissà quali effetti speciali innovativi, ma mi ha divertito tanto e sono uscita dal cinema felice dicendo con gli amici “appena esce in DVD ce lo rivediamo” quindi il suo dovere l’ha fatto. Non sono larga di manica con i voti, ma qui un bel 7,5 ci sta bene.

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Oltre la citazione / 17 Aprile 2018 in Ready Player One

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti: gli ultimi quattro anni sono stati segnati da un massiccio revival degli ‘80s, della loro estetica e del loro immaginario.
Si è cominciato con la sountrack di “Guardiani della Galassia” (2014), selezionata personalmente dal supereroe marveliano Star-Lord, al quale la madre morente lascia in dono una musicassetta poco prima che una compagnia di alieni mercenari lo rapisca, ancora bambino, nel 1988; per poi passare al puro citazionismo cinematografico di “Stranger Things” (2016), in una serie di episodi e ambientazioni ricalcate sui film di Spielberg (“E.T.”, 1982), Donner (“I Goonies”, 1985), Cronenberg (“Scanners”, 1981), Lucas (“Star Wars”) e Zemeckis (“Ritorno al Futuro”, 1985). Si è quindi arrivati ad una serie di rievocazioni generiche, a proposito di cromatismi, vestiario e acconciature, nell’episodio “San Jupinero” di “Black Mirror” (terza stagione, anno 2016); parallelamente, è stato recuperato e reimmesso nella contemporaneità un elemento esemplare della cultura pop, il walkman, oggetto decisivo intorno al quale ruota l’intera storia di “13 Reasons Why” (2017). Faraoniche campagne di marketing hanno inoltre accompagnato la produzione di “Blade Runner 2049” (2017), sequel del cult diretto da Scott nel 1982, senza però soddisfare le rosee aspettative di partenza, almeno dal punto di vista del botteghino; mentre, in abbinamento al contesto storico e sociale berlinese risalente al termine della Guerra Fredda, si è operato un indistinto saccheggio delle canzoni e delle musiche che durante il periodo dominavano le classifiche mondiali (“Atomica Bionda”, 2017).
Nel costruire un fenomeno di tale portata si è ricorso ad un filtro quasi unicamente nostalgico e, per così dire, sovracutaneo, in primis da parte degli stessi autori (si pensi ai gemelli Duffer, registi e creatori di “Stranger Things”), i quali hanno inteso così ripagare ingenuamente, senza troppa inventiva, il debito contratto nel corso della loro infanzia o adolescenza; al contempo si è rivelata un’operazione commerciale molto proficua, capace di abbinarsi all’aura vintage di un certo merchandising tornato da poco alla ribalta. Anziché prendere spunto, in senso critico, dalle ideologie dell’era Reagan, e di conseguenza meditare sui fanatismi e sui nuovi culti affermatisi nel corso degli anni Ottanta – uno su tutti: il culto del corpo, spesso tonico, palpitante e irrorato di sudore, e perciò politicamente liquefatto, miscelato o mutilato nel cosiddetto New Horror –, si è scelto invece di rispolverare atmosfere, colori, giochi e mode, secondo un’impostazione carnevalesca rivolta in gran parte al divertissement. C’entrerà forse il fatto che quel periodo sia stato, con ogni probabilità, l’ultimo in possesso di una sua vera identità estetica in grado di essere recuperata a distanza (difficilmente i decenni attuali, in futuro, verranno trasposti con eguale efficacia); c’entrerà forse che proprio allora sia esplosa una cultura popolare del blockbuster, nonché della distribuzione homevideo, da cui è derivata una forma di collezionismo e feticismo popolare dei prodotti cinematografici. Ma anzitutto c’entrerà il fatto che la generazione cresciuta allora, è la stessa che al momento viaggia verso i quaranta. Un dettaglio importante, in quanto lascia intendere come su questa generazione, a causa della gravità del momento storico, incomba il peso di una maturità responsabile da cui non è concesso spazio ai temporeggiamenti fantasiosi. In altre parole, al centro del fenomeno è posta la generazione che adesso può maggiormente nutrire il desiderio di rievocare, con un velo di liberatoria malinconia, le esperienze ricreative vissute nella gioventù non troppo lontana: ossia, in termini di profitto, la generazione più disposta a spendere denaro in tale direzione.
Qui s’inserisce “Ready Player One”, diretto da Steven Spielberg, e lo fa non con l’intenzione di adagiarsi sugli allori, e di raccogliere senza alcuno sforzo i frutti del mero citazionismo (come hanno pensato alcuni, ostinandosi a rintracciare la miriade di riferimenti disseminati ovunque), bensì di smascherare lo spirito inautentico con cui si mira allo sfruttamento, selvaggio e sistematico, di ciò che si è riscoperto essere un marchio vincente. La critica viene mossa nei confronti di un mercato – ben esemplificato dal personaggio di Nolan Sorrento – sostanzialmente estraneo alla cultura giovanile, ma comunque intenzionato a spremerne il potenziale economico fino ai limiti tollerabili legalmente (sebbene non per forza eticamente, come mostra Sorrento quando annuncia dinanzi al consiglio di amministrazione della IOI: “Contiamo di vendere fino all’80% del campo visivo di un giocatore prima di indurre un attacco epilettico!”) Un mercato parassitico che, in piena tradizione capitalista, per sembrare amichevole deve fingere di parlare il linguaggio dei ragazzi, e a tal scopo si riempie le orecchie di consiglieri, di studiosi, in sostanza di tecnici, ma anche di traditori, ossia di nerd che, sull’orlo della totale dissociazione, vendono se stessi per truffare i propri simili. Questo livello di lettura, il più profondo e interessante tra le diverse possibilità, è per l’appunto sorretto dall’apoteosi di citazioni cinematografiche, fumettistiche, musicali e videoludiche, raggruppate in una quantità tale da vincere qualsiasi confronto: come se, prosciugando il filone degli ‘80s (e non solo, in quanto i riferimenti spaziano anche molto all’indietro, e persino in avanti), si volesse sfidare chiunque a scovare ancora un rimasuglio da poter spolpare in futuro. Così facendo, Spielberg, il quale rientra a pieno diritto tra i padri fondatori della medesima iconografia citata, realizza il film definitivo sull’argomento, un vaccino alle derive consumistiche della moda. Ed è come se un cerchio si chiudesse per mano di colui che, a suo tempo, insieme ad altri, ne aveva tracciato l’inizio. Non è peraltro casuale che Spielberg, in un gioco di echi e risonanze, sia stato il primo ad omaggiare quella particolare tipologia di produzioni cinematografiche, coerenti tra loro per immaginario e poetica, già con la celebre scenetta di “E.T.” dove spiccava un travestimento di Yoda (personaggio comparso nel secondo capitolo della saga lucasiana, “L’Impero colpisce ancora”, risalente al 1980): chiaro esempio di proto-citazione ‘80s, inserita all’interno – per non dire all’inizio – degli stessi ‘80s.
Le ulteriori proposte di lettura non funzionano altrettanto bene, o meglio, soffrono di un certo disinteresse, presumibilmente voluto, da parte degli sceneggiatori Zach Penn ed Ernest Cline, quest’ultimo anche autore del romanzo da cui è tratto il film. La circostanza sociale del mondo distopico si limita a fornire una minima cornice narrativa alla vicenda; mentre la critica rivolta alla dipendenza dei giocatori nei confronti della realtà virtuale, a discapito della realtà effettiva, ci sembra poco convinta. In un mondo al collasso, invitare a godersi le giornate e gli spazi aperti suonerebbe infatti pretestuoso, per non dire ridicolo; ma in verità lo scopo del protagonista non è mai quello di distruggere OASIS (il cui valore positivo, di riscatto e appagamento, permane indiscusso), bensì di preservarlo dalle grinfie della multinazionale IOI. Se poi si ottiene anche di frenare il risucchio ossessivo dei giocatori, ben venga, ma non è questo lo scopo primario della storia, giacché OASIS non è MATRIX, e l’idea di un’attenuazione virtuale si delinea soltanto verso il finale, senza troppa insistenza, come una clausola o un’avvertenza cautelativa. Ne escono così scongiurate le accuse di buonismo alle quali i detrattori di Spielberg sono sempre propensi. Rimane, da parte del film, la condanna contro il pervertimento del (video)gioco, del sogno, della gioventù, a causa del profitto e del capitale. Poco importa che per arrivarci, Spielberg confezioni a sua volta un blockbuster. Se il cinema infatti già nasce, ai tempi dei Lumière, come spettacolo a pagamento, non così il gioco, che nasce con lo scopo di essere giocato e basta, in una forma di purezza messa a rischio dall’intromissione impropria del denaro. Avendo fatto tesoro di questa lezione fin dagli albori della sua carriera, Steven Spielberg – a brevissima distanza dal suo film precedente, “The Post”, di taglio biografico, e a tredici anni dall’ultima pellicola di fantascienza che vanti la sua firma (“La guerra dei mondi”, 2005) – punta sul divertimento e sulla freschezza dell’azione, aprendosi ad una serie dirompente di parodie meta-cinematografiche e cartoonistiche (“Alien”, ma soprattutto “Shining”) senza eguali all’interno della sua filmografia. Il pastiche è presto servito, risultando irresistibile, laddove King Kong si allea con il T-Rex di “Jurassic Park”, Gundam e il Gigante di Ferro combattono contro Mechagodzilla, le musiche di “Ritorno al futuro” (scritte da Alan Silvestri, lo stesso compositore di “Ready Player One”) si fondono con quelle di Van Halen o de “La febbre del sabato sera”. Contribuisce alla resa una CGI strabiliante, insieme ad una sceneggiatura che, molto lineare e pur con qualche ingenuità, non perde mai il ritmo, mettendo in scena ancora una volta la struttura archetipica della fiaba coi suoi elementi essenziali: l’eroe in viaggio, l’enigma da risolvere e il tesoro da conquistare, temi già cari a Spielberg se si ripensa a “Indiana Jones e l’ultima crociata”. Ad essi, infine, si accompagna la figura del vecchio saggio, qui un malinconico ed eccentrico Mark Rylance nei panni del creatore di OASIS, geniale nerd in piena regola, la cui coscienza forse sopravvivrà artificialmente, nascosta chissà dove dentro la sua stessa creazione.

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Avatar.. Ma più carino / 10 Aprile 2018 in Ready Player One

Tanto bello, quanto ribelle. Un “Avatar” in chiave videogame. La nuova opera del titano Spielberg si può già accostare ai grandi cult del cinema di fantascienza. Analizza qualcosa che hai nostri occhi sta già nascendo e ci sta prosciugando la realtà. Omaggi meritati (da notare Shining) a opere che hanno segnato la nostra epoca ed il principio dell’arte Pop. Un’avventura avvincente e rivoluzionaria in un mondo ormai impadronito dal “mostro” della tecnologia. Spielberg ha vinto ancora! 7 e mezzo, anche qualcosina di più…

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Un tributo agli anni 80/90 / 9 Aprile 2018 in Ready Player One

A chi piace sognare, a chi piace il cinema, a chi piacciono i videogiochi, a chi dentro riesce ancora ad emozionarsi come un bambino, a chi sogna di trovare il modo di sfuggire a questa realtà spesso insipida e inappagante, questo è il film che tutti dovrebbero ASSOLUTAMENTE vedere.

Ipertrofico / 9 Aprile 2018 in Ready Player One

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Tolto il bailamme tecnico e tecnologico di altissimissimo livello, grazie a cui Spielberg si conferma un artigiano di lusso che mi pare si diverta ancora molto a fare il proprio lavoro, confesso che Ready Player One mi ha lasciata abbastanza indifferente. Insensibbole che non sono altra. Neppure il ricordo del cuore luminoso di E.T. nella rappresentazione dell’Easter Egg mi ha emozionata: dottore, ho un problema, vero? Me lo dica, non si facci problemi, non si facci.
Sono anche banale, lo so, ma, con rispetto parlando, questo lavoro mi è sembrato semplicemente un film a uso e consumo di svariate schiere di fanboy (come il romanzo d’origine, d’altronde), particolarmente sterile e incapace di diventare a sua volta un racconto di culto. L’effetto-nostalgia, la riproposizione della filosofia di Spielberg (per esempio, condivisa da Eco in un romanzo come La misteriosa fiamma della regina Loana), per cui il mondo, come la nostra memoria, è una soffitta zeppa di tesori pop (che Spielberg stesso ha contribuito a definire ed alimentare), non sono bastati a convincermi e, soprattutto, a divertirmi come speravo.

La narrazione tipica dei classici spielberghiani sembra un accessorio. A parer mio, soffre chiaramente nei confronti di un apparato visivo imponente.
Il senso dell’avventura c’è, ma, paradossalmente, resta molto in superficie, soffocato da un’ipertrofia di immagini e di riferimenti metacinematografici e televisivi che, pur costitutiva e necessaria, mi pare mostri presto tutti i limiti della propria autoreferenzialità.
Perfino le musiche 80’s mi sono sembrate buttate nella mischia perché non-si-poteva-fare-altrimenti. Non ve n’è una che sia capace di fondersi con la storia, con la sequenza di turno. Il commento originale di Alan Silvestri, guarda caso, resta soffocato, quasi non lo si sente. Voi lo ricordate? Io, no.

Spielberg ci ha insegnato che il divertimento può essere altro da questo: è brivido, è sentimento, è un processo creativo giocato alla pari fra lui e il pubblico e, quindi, deve essere supportato da una storia davvero coinvolgente, da una storia chiara, con protagonisti con cui è facile entrare in sintonia (qui, c’è qualche difficoltà proprio in fase di scrittura, perché i personaggi sono particolarmente asettici), in grado di assorbire completamente l’attenzione dello spettatore.
Qui, tutto questo quasi non esiste, soppiantato da una mole incredibile di riferimenti che, se pure include una fetta di audience, per via dei detti difetti ne esclude di prepotenza almeno altre due, quella degli over 50 e degli under 35, poco avvezza alle informazioni usate per costruire il mondo di Oasis. Si tratta di una cosa (per me) praticamente inedita, quando ripenso alla filmografia “fantastica” (e non solo, in fondo) spielberghiana, che, fin dagli esordi, si dimostra molto inclusiva.

Al film, però, riconosco un indubbio merito. Scientemente o meno, con questa operazione Spielberg suggerisce che quelli che per alcuni (Halliday, lui stesso, noi spettatori un po’ agée) sono ricordi di esperienze vissute, per altri stanno diventando oggetto muto di contemplazione, che ben poco trasmette, perché non ha alcuna applicazione nella vita reale (come, nel film, accade già nella città di Columbus). Gli utenti di Oasis e, in particolare i super-esperti biografi di Halliday, non sembrano davvero appassionati delle cose che piacevano a lui: le considerano come nozioni indispensabili a ogni fan che si rispetti (e che, quindi, voglia farsi una reputazione in quel dato ambito) e a chiunque voglia trovare le chiavi per conquistare Oasis. Non c’è piacere in questa contemplazione.
Questo senso dell’accumulo nozionistico, che trent’anni fa, all’epoca dei grandi successi di Spielberg, stava appena affermandosi, mi ha fatto riflettere sulla fame di contenuti che caratterizza questa società iperconnessa, in cui è possibile accedere istantaneamente a qualsiasi contenuto, soprattutto multimediale, e fruirne più o meno distrattamente, per passare velocemente al successivo, in una gara a “chi ha visto/ascoltato più cose”.
Che sia questo il vero Easter Egg di Ready Player One, da ricollegarsi al messaggio “tornare a vivere la vita reale”? Riappropiarsi della passione per le cose? Mah.

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“La realtà è la cosa più bella perché… perché è reale” / 7 Aprile 2018 in Ready Player One

Immaginate una realtà dove le preoccupazioni, le ansie, le paure e le difficoltà della vita quotidiana vengono momentaneamente accantonate. Una realtà virtuale dove non ci sono limiti all’immaginazione e puoi finalmente evadere dalla stressante quotidianità; puoi essere chi vuoi attingendo dall’infinito bagaglio che la cultura pop ha da offrirti. Questo mondo è OASIS, ed è lo sfondo dell’ultimo film di Steven Spielberg.
Un tema che nell’ultimo periodo mi ha particolarmente interessato: la realtà virtuale. Grazie alle ottime manovre di marketing e pubblicità non sono riuscito a sfuggire al trailer di questo film che mi ha letteralmente conquistato (anche prima di aver visto il Gigante di Ferro); dovevo vederlo! Parallelamente sono entrato nel mondo di SAO (Sword Art Online) un anime che potete trovare su Netflix, che presenta alcune peculiari similitudini con l’opera di cui stiamo parlando.
La realtà della vita quotidiana è una realtà dominante che abbraccia tutte le altre eppure in queste due opere, nuove evidenze cercano di prendere il sopravvento sulla loro dominatrice. Per esempio la realtà videoludica di SAO ha elementi tipici della realtà madre, come la morte; in OASIS la morte può essere una delle possibili conseguenze della dipartita virtuale perché si perde tutto quello che si è conquistato nel gioco. In entrambi i casi nuovi mondi entrano a far parte della nostra quotidianità: come fare ad uscirne? È possibile trovare un giusto equilibrio tra il mondo virtuale e la realtà della vita quotidiana? C’è qualcosa di positivo in una creazione come OASIS, o è solo un illusoria positività quella che percepiamo dall’incredibile tecnologia virtuale?
Kirito (protagonista di SAO) e la morale buonista (così definita dai più) e semplicistica di Ready Player One in modo meno articolato, cercano di rispondere a queste domande. Io non ho la risposta ma ho desiderato avere la possibilità di giocare ad OASIS (pensare che per entrare in una realtà virtuale dovrò aspettare, in teoria il 2045 mi fa rodere un po’ il culo). La chiave per limitare gli effetti negativi del mondo virtuale non è certo d’oro, argento o bronzo, ma sembra essere l’equilibrio: riuscire a coniugare i due mondi favorendo e investendo sulla loro utilità più che sul carattere redditizio. Il progresso è costituito spesso da situazioni di vantaggio e risvolti negativi, eppure in nessun caso sembra possibile arrestarlo. Quindi perché non sfruttarlo a nostro vantaggio senza tralasciare un pizzico di divertimento?
Nel 2045 di Ernest Cline (autore del libro da cui è tratto il film) prima, e Spielberg poi, ci sono multinazionali che cercano senza scrupoli i propri interessi e la povertà dilaga: l’unica ancora di salvezza è la realtà virtuale costruita da James Halliday, il nuovo Steve Jobs (?). La sua morte prematura scatena una gara all’interno di OASIS: chiunque troverà l’easter egg, da lui inserito, erediterà il suo impero e il dominio della piattaforma. L’entusiasmo iniziale è presto scemato e solo alcuni clan (o se preferite gilde), un’azienda seconda nel settore e alcuni giocatori singoli cercheranno di risolvere l’enigma lasciato dal loro idolo, mentore, maestro e mago Gandalf, cioè volevo dire Halliday. Quindi non ci sono solo persone che in preda alla disperazione per la morte virtuale cercano di porre fine a quella reale ma anche persone che amano questo mondo e ne vedono le potenzialità.
Comunque il film può essere facilmente sintetizzato in una parola che scavalca tutto quello considerato finora: C I T A Z I O N I. Quindi se ti sei cavato gli occhi come Topolino per aver visto prodotti come Stranger Things, questo non è il genere di film che fa per te. Il trailer in questo caso non lascia spazio ad interpretazioni. Ad ogni angolo e in ogni frame è possibile trovare riferimenti alla nostra cultura pop. Qui non ci sarà un elenco, lascio a voi la bellezza della scoperta e sono sicuro che almeno per una di esse dovrai trattenere la lacrimuccia (Mi preme sottolineare che seppur ci sia una forte estetica anni 80, ci sono innumerevoli richiami che appartengono alle più recenti decadi).
Mentre ero diretto al cinema con un mio amico parlavamo dell’importanza di guardare un film in sala e vivere un’esperienza che il piccolo schermo di un cellulare o di un pc non potranno mai darti. Per limiti di età non abbiamo avuto la possibilità di vedere in sala capolavori del passato e mai avremo questa gioia; e poi proprio mentre (s)ragioni su queste cose il buon vecchio Steven ricrea dal nulla uno dei miei film preferiti all’interno di OASIS. Uno dei momenti più citati nelle varie recensioni e sicuramente il più bello!
Certo il film ha i suoi difetti. Potete trovarne tantissimi: dalla trama ai cliché di alcuni personaggi ai quali io tuttavia non ho fatto minimamente caso. Ero in quel mondo, coinvolto fino in fondo. Poi è finito e sono tornato alla realtà… Ehm, Wade Watts, a.k.a. Parzival, devo dirti che no, non è così bella!

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Il voto sarebbe un 7.5 / 5 Aprile 2018 in Ready Player One

Ottimo film di Spielberg tratto dal romanzo di Ernest Cline; uno splendido film di fantascienza sulla realtà virtuale con moltissimi riferimenti alla cultura pop degli anni ’80.
Siamo nel 2045 e il mondo è in decadenza; non ci sono più spazi edificabili e le “abitazioni” si sviluppano soprattutto in verticale. Per la gente l’unico modo per dare un senso alle proprie vite è entrare nel mondo virtuale di Oasis, che è anche diventato l’unico modo per interagire con altre persone.
Qui troviamo il protagonista Wade Watts (Tye Sheridan lanciato da Malick in “The tree of life”) che insieme al suo amico virtuale I-Rok è impegnato in una specie di caccia al tesoro che il creatore di Oasis, Halliday (Mark Rylance), ha lasciato in eredità dopo la sua morte. Chi trova le tre chiavi nascoste nel gioco di Anorak avrà il possesso di Oasis.
Il film è un divertimento assoluto immersi in tantissime citazioni degli anni ’80; io ho apprezzato particolarmente la ricerca della seconda chiave immersi in uno scenario di un film famoso (non svelo la sorpresa).
E’ anche un monito a non lasciarsi troppo coinvolgere dalla tecnologia ma interagire con altre persone anche al di fuori del mondo virtuale dei Social Network. La lotta è tra gli indipendenti come Wade e i suoi amici, tra cui la misteriosa Samantha (Olivia Cooke), e la multinazionale IOI capitanata da Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn); come Parsifal (nickname di Wade) e i cavalieri della tavola rotonda alla ricerca del Graal ovvero dell’Easter Egg.
Spielberg dà sfogo a tutta la sua fantasia (eccellente la ricerca della prima chiave con la corsa automobilistica rocambolesca) con qualche autocitazione (ma si è contenuto rispetto a quelle espresse nel libro) e non scadendo nel banale.
Nel resto del cast da citare Simon Pegg nei panni del socio di Halliday.

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Sarebbe fico… / 3 Aprile 2018 in Ready Player One

… ma di certo vivere solo nel mondo virtuale beh anche no, grazie.
Il mondo ormai è nella crisi totale, sai che novità, e quindi solo grazie a OASIS la gente riesce ad andare avanti.
Idea fantastica con effetti incredibili. Le varie scene con personaggi passati e riferimenti a vari film e non solo è bellissima.
Il finale magari un po’ meno scontato sarebbe stato apprezzato di più ma era inevitabile.
Non dico nulla per non togliervi la sorpresa… che ovviamente non c’è… OPS….
Piacevole…
Ad maiora!

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«HO UNDICI ANNI: AMMAZZATEMI PER PRIMO!» / 2 Aprile 2018 in Ready Player One

È un film per ragazzi, chiaro. Ma dov’è il confine fra l’adolescenza e la nerditudine? Da Steven Spielberg mi aspettavo una presa di posizione chiara al riguardo. Spielberg è l’autore del Novecento che ha definito il senso della meraviglia dell’adolescenza: è un dolore vedere in un suo film un nuovo branco di amici cazzeggiare per un videogioco (poi rinnegato) invece che fra di loro o con gli alieni o con i dinosauri o con gli scienziati pazzi o con i fantasmi; vederli agire per vincere e non per scoprire; mascherarsi e isolarsi invece di strabuzzare gli occhi alzando lentamente lo sguardo verso una nuova imponente sorpresa.

Alla fine di Ready Player One io ho percepito una perdita: i giovani protagonisti non hanno coltivato un ricordo formativo e prezioso, il proverbiale «tesoro che è dentro di te», o «la meta è il viaggio». Il tesoro del film (lo “easter egg”?) è un colpo di spugna, un’ammissione di colpa per abbracciare un terrificante, conservatore, omologante, anacronistico status quo. Il film ambiva a diventare cult generazionale, come dicevo all’inizio, ma che ispirazione fornisce al pubblico dei ragazzi (per tacer delle ragazze)?

La malinconia di un’esperienza irripetibile ma incancellabile dalla memoria e preziosa piú di tutto; il “ricordo di un estate” del suggestivo sottotitolo italiano di Stand by Me (1986); il momento dello striscione “WHEN DINOSAURS RULED THE EARTH” del finale di Jurassic Park (1993); l’educazione sentimentale dell’androide che voleva diventare un bambino vero di A.I. intelligenza artificiale (2001); il sacrificio del Gigante di Ferro, che qui si ha anche l’ardire di richiamare; insomma: il culmine catartico che dà alle fantasie letterarie la dignità di strumenti di vita, liberandole dalla colpa originale di essere finzione, è ciò che Ready Player One invece nega, condannando la finzione e abdicando alla meraviglia. Lo fa il libro e, ahimé, Spielberg gli è andato dietro: ha potuto cambiare molto, perché non questo? Che il maestro del sense of wonder la meraviglia lasci a desiderarla è un tradimento sconcertante, ancor di piú se i traditi sono della generazione giovane.

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Dove c’è il Gigante di Ferro c’è casa. / 1 Aprile 2018 in Ready Player One

La descrizione che voglio fare di questo film, va oltre le solite recensioni che cerco di scrivere ogni volta, dopo ore ed ore di lambiccamenti vari ed eventuali, analisi e ragionamenti (quasi mai forieri di originalità, devo ammettere…). Questa volta voglio essere schietto.

Tratto dal romanzo di Ernest Cline, (Ready) Player One, è un piacere per gli occhi: con i suoi colori e le sue luci incredibili, e per le orecchie: con un grandissimo Alan Silvestri e qualche vecchia hit anni 80.
La trama, dal canto suo, si dipana velocemente, con accelerazioni che spesso sembrano scoprire leggermente il fianco a degli strappi narrativi.
Tuttavia, nonostante questa costante posizione di bilico, l’impianto pare tenere perfettamente.

Personalmente, la sensazione che ho avuto è che tra tutti questi e gli altri elementi, quelli positivi e quelli negativi, si intraveda un certo tipo di idea di film. L’impressione è che perfino i difetti, le apparenti superficialità, rispondano ad una logica semplice, ma efficace. Un progetto, dunque, che Spielberg ha costruito con estrema facilità, tornando a confezionare quello che gli è sempre venuto fin troppo bene: un film di intrattenimento.

Come da consuetudine, i personaggi sono lineari, la storia è poco elaborata ed avvincente, per qualcuno troppo semplice e poco originale ma, per me, devo dire, il meccanismo funziona e l’orologio, a modo suo, gira.

Ma veniamo alla storia.
Terra, anno 2045, Wade Owen Watts, il protagonista, è un adolescente con problemi di famiglia che possiede una tuta e dei guanti aptici, visore VR d’ordinanza ed è un “Gunter”, una specie di videogiocatore professionista.
Wade, infatti, equipaggiato com’è, gioca praticamente, sempre e solo, ad una specie di super “massive multiplayer online role-playing game” ultra immersivo, chiamato “Oasis” ( che non c’entra niente con la San Benedetto e la sua bibita a base di frutta).

Fin qui, insomma, tutto ok. Siamo nel futuro e i ragazzi giocano ai videogiochi, sai che novità.

Il punto è che la quasi totalità della popolazione mondiale fa la stessa cosa di Wade…
Praticamente, su Oasis, questo mondo virtuale, infinito, visionario e fantastico, creato dal geniale programmatore James Halliday, ci “vivono” più o meno tutti: uomini, donne, vecchi, adulti, ragazzi e bambini.
Gli esseri umani, invece di curarsi delle rispettive vite nella realtà materiale, ormai noiosa priva di stimoli e, per molti, senza aspettive che superino l’abitare in una sudicia roulotte, ogni giorno si svegliano, inseriscono username e password e giocano (ludopatia, portami via).
D’altronde, come biasimarli, puoi essere chi vuoi e fare altrettanto su Oasis, che senso ha il resto ?
Addirittura ci si può arricchire e provare vere sensazioni tattili (si può ballare il “tuca tuca” con Raffaella Carrà e sentire i suoi diabolici e peccaminosi tocchi, proprio come se fosse vera), chi non ci passerebbe tutto il tempo ?!

In questo pazzo, pazzo mondo del 2045, da un lato ci sono Wade, il talentuoso ma povero protagonista, e il suo gruppo di amici nerds, dall’altro la IOI, una potente multinazionale pronta a tutto pur di acquisire ancora più potere e denaro. Niente di più, niente di meno. Buoni contro cattivi, ricchi contro poveri.

Nessun errore di valutazione, nè faciloneria, perché, in fondo, Ready Player One è una favola, ambientata in un futuro distopico dove non c’è niente di veramente catastrofico, derelitto, spaventoso o angosciante (e già questo è strano per i futuri decadenti ai quali ci hanno abituati). Chissà, forse è perché ci sono di mezzo gli anni ottanta, con il loro ottimismo a tutti i costi e le loro colonne sonore pop, capaci di far sembrare familiari, normalissimi, quasi piacevoli i peggiori sobborghi di New York o di Detroit. Oppure, più probabilmente, perché Steven Spielberg ci ha voluto riportare nostalgicamente indietro nel tempo, quando il gioco, il divertimento, l’immaginazione e la fantasia, nella loro purezza, erano davvero una risorsa, un valore aggiunto, una ricetta, una spinta a vivere meglio. Mi vengono subito in mente film come: Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, E.T., Jurassic Park, Ritorno al Futuro, i Goonies, Navigator o Explorers…e chi più ne ha più ne metta !
Non è un caso, pur non essendo Ready Player One all’altezza di alcuni di questi, che durante la visione del film, lo spettatore venga sommerso di citazioni, messe qua e là con quella stessa intelligenza, disinvoltura ed anche poca originalità con cui prima si puntava l’inquadratura su una lattina di Pepsi, su delle Nike o su una DeLorean nuova di pacca.
Può darsi che alla pubblicità per il prodotto commerciale di una volta, oggi si sia sostituita quella per la stessa industria cinematografica.

Comunque, non so, forse avevo bisogno di un giro al Luna Park, di un’esperienza non troppo cervellotica o pesante (infatti il giorno dopo per compensare sono andato a guardare Hostiles), di sedermi sulla mia poltroncina del cinema, guardarmi intorno distrattamente, fulminare con lo sguardo il temibilissimo “regazzino col cellulare acceso al massimo della luminosità che chatta tutto il tempo” sempre presente -ma che ci vieni a fare al cinema se devi guardare facebook?-, staccare il cervello e godermi lo spettacolo. Chissà…

Tuttavia, Ready Player One mi è piaciuto non solo per l’evidente effetto nostalgia che può certamente fare e che fa, ma anche e soprattutto perché lo reputo, tutto sommato, un buon film d’avventura, capace di divertire senza annoiare e di mettere insieme davvero tantissimi elementi, citazioni e richiami, quasi sempre già visti e sentiti, ma senza mai superare un certo limite.

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Tutti su OASIS ma attenti alla trama! / 31 Marzo 2018 in Ready Player One

Un film da cui mi aspettavo davvero tanto ma che mi ha lasciata abbastanza perplessa per molte cose. Visivamente spettacolare (e questo ha aiutato moltissimo col voto finale), “Ready Player One” è un film che nel suo voler fare tanto ha tralasciato un po’ il fattore trama che arrivati alla fine si presenta davvero molto semplificata e con un po’ troppi buchi a mio avviso. Sarà che forse provengo fresca dalla lettura del libro (che ho finito proprio a poche ore dalla visione) ma ho trovato che la scelta di rendere la storia un po’ più in secondo luogo, banalizzandola anche per molti aspetti, abbia fatto diventare il prodotto solamente un “film citazionistico” e basta. Per carità e varie citazioni (e sono tante, davvero tante) sono inserite in maniera assolutamente intelligente, senza che invadano troppo ma che, allo stesso tempo, facciano anche un po’ da pezza per i buchi che la trama troppo frettolosa lascia dietro di sé.
Ora della fine mi sono comunque divertita ed è stato una gioia per gli occhi (sicuramente in 3D rende ancora di più) ma più di un 7 su 10 non mi sento di darlo.

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Il Bimbo che gioca con la Pistola del Padre / 29 Marzo 2018 in Ready Player One

Una girandola nostalgica mica troppo, geek molto indubbiamente sfiziosa e gustosa, malgrado la sua convenzionale frivolezza che peró vorrebbe anche prendersi sul serio, ma meglio dimenticarsene e godersi lo show e la sua estetica che probabilmente finirà fisiologicamente anch’essa per farsi dimenticare.

READY PLAYER ONE – Computer grafica e citazioni super (di Stefano Cavigiola) / 21 Marzo 2018 in Ready Player One

Finalmente un film di fantascienza degno di essere visto! Spielberg si muove su un terreno minato, più che altro perché il tema non è affatto nuovo. Realtà virtuale, mondi paralleli ed alter ego digitali sono argomenti già ampiamente trattati…pensiamo ad esempio a Il Tagliaerbe, Matrix, Avatar, ecc

In questo caso però c’è un aspetto di fascino decisamente potente. E si tratta in particolare della modalità di rappresentazione della nuova società, quella reale e quella virtuale, che definisce (a mio parere) il vero punto forte del film. Pesca influenze palesi sia nell’attuale realtà social (dove spesso le reti di contatti sono solo virtuali e per nulla reali e dove ciascun “avatar” può finire per assumere maggiore rilevanza rispetto alla persona reale stessa) sia nella ben nota cultura cinematografica, fumettistica e videoludica, anni 70/80 in particolare.
Personalmente faccio un po’ fatica ad inquadrare il target di riferimento. I “vecchi nerds” anni 70/80 forse faranno più fatica ad entrare nelle dinamiche del film, mente i “nuovi nerds” saranno più agili ma si perderanno forse per strada gran parte dei riferimenti del passato periodo storico.
Ed è proprio qui che voglio arrivare! Le citazioni sono infinite e si sprecano! Dovrei rivedere il film altre 10 volte, credo, e non le individuerei comunque tutte. Si passa dal mondo games a quello musicale, dal cartoons al fumetto, fino naturalmente al cinema!
Il film intanto apre con la mitica Jump dei Van Halen, ovviamente! Poi Parzival guida la DeLorean di Ritorno al futuro! Ma le citazioni sono di svariatissima provenienza: Pac-Man, Street Fighter, Gundam, comics USA vari ed assortiti (forse più DC che Marvel), Godzilla, Il gigante di ferro, Beetlejuice, Terminator, Il signore degli anelli, Med Max, King Kong, staying alive, Chucky….alcune più evidenti ed altre meno (almeno per me). Fantastica la sequenza di Shining (non racconto niente!!!) e, sul finale, la chicca che chiude in bellezza: nella stanza di Halliday bambino, si intravede il poster di 2112 dei Rush e, la t-shirt dello stesso album, è indossata da uno dei membri della resistenza!
Da vedere!

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