Recensione su Rashomon

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La verità o / 16 Giugno 2012 in Rashomon

Cos’è la verità? La verità è un meccanismo di simbiosi con il reale che ti permette di avere una tua idea simile se non uguale a ciò che accade o è accaduto realmente. Naturalmente, di persona in persona, la verità cambia, poiché questa è soggettiva e non oggettiva, per cui, ognuno, di un episodio accaduto ha una sua versione, che può essere considerata falsa da alcuni e accettata come vera da altri. In Rashomon, capolavoro assoluto, senza età e senza censure del grandissimo autore giapponese Akira Kurosawa, la verità è il tema centrale, da cui partono i numerosi rami cinematografici che innesca l’autore in un interessante e difficile meccanismo a catena. La verità, con le sue mille sfaccettature e la sua difficile comprensione, appare come irraggiungibile per i personaggi del film, incentrati a dare ognuno una propria diversa versione di un fatto accaduto in paese. Il fatto riguarda la morte di un samurai e lo stupro della moglie di questo da parte di un bandito. In una giornata uggiosa, davanti al Rasho, ovvero una delle due entrate(quella a sud) della città giapponese di Kyoto, vengono raccontate quattro versioni differenti della stessa storia, da parte di un monaco e di un boscaiolo ad un vagabondo.. Le prime tre versioni sono date dai flashback in tribunale dei vari protagonisti della vicenda, ovvero il violentatore, il morto(che parla attraverso un medium) e la moglie di questo e vengono raccontate dal monaco. Alla fine, il boscaiolo senza nome nega tutte e tre le versioni e si fa portatore di una sua verità suprema, che comunque non convince il vagabondo che sotto la pioggia, li sta pian piano ascoltando. Kurosawa, da grande cineasta qual è, sa che il cinema può essere portatore di lezioni importanti, anche morali. E allora in questa sua splendida opera cerca di insegnare che l’uomo, anche se non ne dà l’impressione, riesce a mentire benissimo, anche a se stesso, purchè non neghi la sua versione dei fatti e non ammetta di aver sbagliato. Non c’è una vera verità in Rashomon, ma ci sono tante verità che in realtà sono tante menzogne, che però non riescono veramente a sostituire la verità, lasciando la situazione in una posizione di ambiguità. Anche lo spettatore può farsi una sua versione dei fatti, credere ad uno dei personaggi e cercare di capirli, scrutarli, capire chi mente e chi invece dice il vero. O meglio, dice quello che secondo lui è il vero. Il film vinse il Leono D’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia e l’Oscar come miglior film straniero, a simboleggiare che anche fuori dall’Oriente, qualcuno si era accorto di che cosa era Akira Kurosawa e di cosa sarebbe in seguito diventato. Rashomon è un film che anche a molti anni di distanza dalla sua uscita mantiene intatta la sua aura magica e sembra essere arrivato fino a noi come se fosse una leggenda tramandata. La morale, come in ogni racconto che si rispetti, non è banale e non è ripetitiva. Praticamente Kurosawa dice che, in ogni uomo, invece che la voglia di dire la verità, prevale lo spirito di non mettersi in cattiva luce, di non perdere il proprio onore. E questo porta ogni uomo a dover per forza mentire, anche senza alcuna pietà per gli altri. Dal racconto omonimo di Ryûnosuke Akutagawa, Kurosawa trae uno dei suoi vertici cinematografici, che avrà un superficiale remake americano ad opera di Martin Ritt ed uno (s)cult movie di Mario Bava, che trasformerà la versione in modo molto erotico. Il regista lavora anche e soprattutto sull’impronta estetica da dare ai vari personaggi, sulla fotografia che dovrebbe dare un contorno alla situazione di ambiguità che si viene a creare e sull’illuminazione, che ha subito negli anni attenti studi cinematografici e non. Tanto per sottolineare, se ancora ce ne fosse bisogno, che siamo di fronte ad un gran, gran, gran film.

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