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Il trono di sangue / 2 aprile 2015 in Ran

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Due fratelli, Taro (Akira Terao) e Jiro (Jinpachi Nezu), decidono di attaccare con i rispettivi eserciti il castello in cui si è stabilito il loro padre, l’anziano monarca Hidetora Ichimonji (Tatsuya Nakadai), che, dopo aver avuto l’incauta idea di dividere il suo impero tra i suoi tre eredi, ha cercato invano ospitalità nelle dimore dei figli, i quali hanno fatto di tutto per costringerlo ad andarsene altrove. Lo scontro, che si svolge sotto un cielo nero come la pece, è di una ferocia inaudita: nella furia della lotta, Taro viene ucciso con una fucilata alla schiena dal braccio destro di Jiro, Shuri Kurogane (Hisashi Igawa), mentre le concubine di Hidetora preferiscono togliersi la vita e gli uomini al servizio del feudatario muoiono uno dopo l’altro colpiti dai guerrieri che combattono agli ordini dei due succitati fratelli.
Durante la sanguinosa battaglia il vecchio sovrano se ne sta seduto con le gambe incrociate e lo sguardo fisso nel vuoto. Intorno a lui arrivano frecce e proiettili da tutte le parti ma Hidetora, che sta cadendo nella follia (quale genitore non impazzirebbe se scoprisse che i suoi figli gli stanno facendo la guerra?), sembra non farci nemmeno caso. Alla fine del conflitto, che ha causato numerose perdite tra le fila della milizia che proteggeva il vegliardo, il Gran Principe esce dalla fortezza, che sta andando a fuoco, con gli occhi vitrei e, camminando come un fantasma in mezzo ai soldati che lo osservano sbigottiti, si dirige verso la brughiera, dove vaga come un’anima in pena seguito come un’ombra dal buffone di corte, Kyoami (Shinnosuke Ikehata), e dallo scudiero, Tango Hirayama (Masayuki Yui), sprofondando sempre di più nella pazzia.
Il brano summenzionato è di una bellezza stupefacente. Forse è la miglior scena di battaglia di tutti i tempi. Visivamente eccezionale (i soldati di Taro e Jiro che corrono impugnando gli stendardi gialli e rossi creano un effetto visivo stupendo) e drammaticamente intensa (l’attacco si conclude in un bagno di sangue), rivaleggia in magnificenza con quella sul ghiaccio di “Aleksandr Nevskij” (1938) di Sergej M. Ejzenstejn e con quella nel fango di “Falstaff” (1966) di Orson Welles. Oltre ad essere spettacolare ed emozionante, grandiosa ed esaltante, è anche geniale, soprattutto per il modo in cui Kurosawa utilizza il sonoro: all’inizio della battaglia, infatti, non si sentono i rumori del conflitto, ma solamente la splendida colonna sonora di Toru Takemitsu (qui alla sua seconda collaborazione con Kurosawa dopo “Dodes’ka-den” del 1970; è un peccato che due geni del loro calibro abbiano lavorato insieme solo un paio di volte), finché Taro non viene colpito a morte.
Da quel momento la musica sparisce e al suo posto si odono i rumori del combattimento, con il suono prodotto dalle frecce scoccate dagli arcieri e il fragore generato dai colpi sparati dagli archibugieri che creano un caos sonoro, violento e aggressivo, con cui Kurosawa trascina lo spettatore nell’inferno della guerra. E’ impossibile non rimanere ammirati di fronte a una tale meraviglia. Soltanto un gigante della Settima Arte come Akira Kurosawa poteva concepire e realizzare una scena così bella da togliere il fiato. Traendo ispirazione tanto dal “Re Lear” di William Shakespeare, che aveva già avuto un’ottima trasposizione cinematografica nel 1970 ad opera del regista ucraino Grigorij Kozincev, quanto dalla figura del generale Mori Motonari, che nel sedicesimo secolo spartì il suo regno tra i suoi tre discendenti, Takamoto, Motohari e Takakage (i quali, a differenza dei figli di Hidetora, non si fecero la guerra), Kurosawa (responsabile anche della sceneggiatura insieme a Hideo Oguni e Masato Hara) firma un film di una potenza sbalorditiva, un autentico delirio visivo che affascina fino allo stordimento. Mai si era vista una rappresentazione del potere così brutale e sanguigna, con uomini avidi mossi dalla bramosia di possedere sempre di più e spietati al punto di calpestare i legami familiari.
Sorprende, ma conforta, che in mezzo a tanta cattiveria umana ci sia ancora qualcuno che abbia un cuore che batte e che non sia spinto dalla rabbia e dall’odio, come Saburo (Dainsuke Ryu), il terzo figlio di Hidetora che all’inizio si comporta in modo arrogante e irrispettoso nei confronti del genitore (“Per me, padre, siete un pazzo, un vecchio pazzo!” gli dice senza mezzi termini) ma che nel prosieguo della vicenda dimostra di essere l’unico dei tre successori che voglia veramente bene a suo padre, Suè (Yoshiko Miyazaki), moglie di Jiro, e il di lei fratello, Tsurumaru (Mansai Nomura), che non riescono a detestare il principe malgrado egli abbia massacrato la loro famiglia e accecato Tsurumaru per impedire che quest’ultimo vendicasse la morte dei suoi cari (bellissimo l’incontro tra Suè e Hidetora, quando lui, dopo averle chiesto di mostrargli il viso, le dice: “Sempre la stessa tristezza che ogni volta mi stringe il cuore. E adesso ancora di più. Ho dato fuoco al tuo castello con i tuoi genitori e la tua famiglia, e tu mi guardi così! Sarebbe meglio l’odio! Sarei più a mio agio. Ti prego, odiami!”. E lei: “Non vi odio affatto. Lo svolgimento delle nostre vite è nelle mani di Buddha”. Parole alle quali il patriarca risponde dicendo: “Ancora Buddha? Non c’è più Buddha nella nostra era corrotta, vinta dal furore. Non contare sulla sua compassione!”).
Tra i tanti personaggi memorabili che affollano questo visionario affresco storico spicca, per malvagità e cinismo, quello della consorte di Taro, Kaede (Mieko Harada), la perfidia fatta persona, che finisce per pagare con la vita la sua sete di vendetta nei confronti di colui che ha sterminato la sua famiglia, ossia Hidetora. La scena della morte di Kaede è una delle più impressionanti che si siano mai viste. Verso la fine, quando gli eventi sono precipitati, Kurogane si reca da lei e le dice: “Volpe! Le tue trame hanno distrutto gli Ichimonji! Ecco a cosa porta la tua vanità di donna!”. E quando lei, velenosa come una vipera, gli risponde: “Chi parla di vanità? La mia famiglia è vendicata, il castello incendiato! Gli Ichimonji annientati. L’ho desiderato tanto!” lui, senza pensarci due volte, estrae la spada e le taglia la testa facendo schizzare il sangue sulla parete (Kurogane e Kaede sono due personaggi fondamentali nell’economia del racconto: lui, uccidendo Taro, fa in modo che Jiro diventi il capo del clan; lei, complottando nell’ombra, conduce gli Ichimonji alla disgregazione).
Indimenticabile e commovente la morte di Hidetora, che, dopo essersi riappacificato con Saburo (“Ho tante cose da dirti. Quando saremo soli, parleremo da padre a figlio. E’ tutto quello che voglio, nient’altro”) e averlo visto perire davanti ai suoi occhi (“E’ morto. Lo so. Saburo. E’ morto. Voi ed io siamo vivi. Saburo. Non morire! Devo parlarti. Devi perdonarmi. Non è giusto. Saburo, figlio mio… non tornerai più?”), non regge al dolore per la perdita del suo adorato figlio (“Via! Fa buio. Compatite la mia vecchiaia. E’ la fine!”) e muore pronunciando per l’ultima volta il nome del congiunto deceduto. Kyoami e Tango assistono alla straziante scena. Il primo si getta in lacrime sul cadavere del principe: “Mio signore! No! Mio signore!”. Il secondo invita l’altro a lasciar riposare in pace il defunto: “Non richiamare la sua anima. Vuoi che soffra ancora?”.
Dinnanzi ai corpi senza vita di Hidetora e Saburo, il buffone di corte sfoga la sua rabbia con le seguenti parole: “Non ci sono dunque né dèi né Buddha? Se esistete, fate qualcosa! Voi, malvagi, vi annoiate tanto lassù, da ucciderci per gioco? Vi divertite a vederci piangere?”. Mentre il fool continua a singhiozzare, Tango se la prende con la stoltezza degli esseri umani: “Basta! Non bestemmiare! Sono loro che piangono! Della stupidità degli uomini che credono di sopravvivere perpetuando all’infinito l’assassinio, non sono colpevoli! Non piangere! Così va il mondo. Gli uomini cercano il dolore, le pene piuttosto che la pace. Vedi, nel castello, si battono per il dolore, si compiacciono ad uccidere”.
Magistralmente diretto da un autore all’apice della sua creatività, magnificamente musicato da un genio della composizione musicale e ottimamente interpretato da un valido cast con in testa un impareggiabile Tatsuya Nakadai (ma è da ricordare anche l’eccellente prova di Mieko Harada, perfetta nei panni di una subdola calcolatrice che, come diceva la terza signora a proposito della seconda sposa del marito in “Lanterne rosse”, 1991, di Zhang Yimou, “ha la faccia di un Buddha e il cuore di uno scorpione”), “Ran” (1985) è un’opera monumentale e di stupefacente impatto emozionale. Nel 1986 ottenne quattro nomination agli Oscar, Miglior Regia, Miglior Fotografia (Takao Saito, Shoji Ueda, Asakazu Nakai), Miglior Scenografia (Yoshiro Muraki, Shinobu Muraki) e Migliori Costumi (Emi Wada), vincendo soltanto una statuetta per la quarta categoria.
Quella per la regia venne assegnata a Sydney Pollack per “La mia Africa” (1985). Con tutto il rispetto per il compianto Pollack, un bravo regista che nel corso della sua rispettabilissima carriera ha diretto almeno quattro film fondamentali (“Non si uccidono così anche i cavalli?”, 1969, “Jeremiah Johnson”, 1972, “I tre giorni del Condor”, 1975, e “Yakuza”, 1975), è incredibile che i giurati dell’Academy abbiano preferito premiare la regia di “La mia Africa”, che, per quanto sia buona, a modesto parere di chi scrive, è nettamente inferiore a quella di “Ran”.

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