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Recensione su Rambo III

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1 agosto 2014

Dalle montagne dello stato di Washington al Vietnam, fino all’Afghanistan ai tempi dell’invasione sovietica: così si completa la parabola discendente della trilogia dello scultoreo e apparentemente immortale John Rambo (prima che esigenze di business misto nostalgiche portino alla recente uscita di un quarto episodio).
Il significato (e la bellezza) del primo Rambo svaniscono completamente in questa pellicola, che si riduce interamente a film di guerra misto azione, con una trama però così surreale da rasentare quasi il ridicolo (culminando nel finale “due contro tutti”, in cui Rambo e Trautman affronterebbero pure l’intera armata rossa se solo ce l’avessero davanti).
Da un punto di vista di azione ed effetti speciali è un film che si lascia guardare, ma francamente la cosa non è sufficiente.
Come nel secondo film, i russi sono ancora una volta i cattivi spietati che vengono sbaragliati dai paladini della giustizia (e meno male che la diplomazia non si faceva ad Hollywood, altrimenti la guerra fredda non sarebbe mai finita).
Interessante il tema della ribellione afghana contro i russi, della fornitura di armi americane ai ribelli (visto che non potevano intervenire direttamente essendo territorio in orbita sovietica), ma soprattutto la paradossalità della dedica finale al “valoroso popolo afghano”, considerando che sul libro paga degli americani vi erano allora molti di quelli che circa vent’anni dopo avrebbero ripagato l’ex fornitore con l’attentato terroristico più grave che la storia ricordi e con una nuova guerra stavolta contro il nemico a stelle e strisce.
Ma del resto il bello del cinema è anche questo: la sua capacità di descrivere (meglio, romanzare) la storia con retorica pronta a tramutarsi in paradosso.

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