Recensione su Radiofreccia

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Qui parla Radio Raptus / 29 Ottobre 2012 in Radiofreccia

Radiofreccia è il primo film scritto e diretto da Luciano Ligabue.
E’ il ’93 e mancano solo due ore prima della chiusura definitiva di Radiofreccia, dopo quasi diciotto anni di servizio come radio libera, uno spazio dedicato a chiunque avesse qualcosa da dire. E Bruno, padre della radio qualcosa da dire ce l’aveva.
Il suo racconto tornò indietro di 18 anni, nel lontano ’75, in un tempo in cui tutto era diverso. A quel tempo c’era un paese pieno di gente stramba, tra maniaci del cinema, fissati con il rockabilly, gente che diceva di avere contatti con l’al di là.. e nel ’75 c’era anche Ivan Benassi, detto Freccia, a cui la radio deve il nome. Infatti Radio Raptus cambiò nome in Radiofreccia, quando il corpo esanime di Ivan fu ritrovato abbandonato in un fosso. Era morto di overdose.
L’intero film si basa sul racconto (quindi è tutto un flashback) di Bruno, che sviscera più o meno superficialmente la storia di ogni membro della combriccola di 20enni sfigati e provinciali (l’ambientazione è Correggio – Reggio Emilia), a cui apparteneva in gioventù.
C’era Tito, che aveva quasi ammazzato il padre a bastonate, c’erano gli stronzi perbenisti come Boris, quelli troppo buoni come Iena, e poi c’era chi si lasciava andare ai “perchè no?”, con una famiglia disastrata alle spalle, come Freccia. E questa è soprattutto la storia di Freccia e del suo primo buco.. fino all’ultimo.
Spiccano soprattutto due volti famosi, un Stefano Accorsi (nel ruolo di Freccia), sempre bravo e molto naturale, dato il dialetto compatibile con il suo (Accorsi è di Bologna), anche se forse era un pò troppo cresciutello per rivestire i panni di un 20enne (infatti nel ’98 ne aveva 27) e Francesco Guccini a cui è affidata una parte marginale. Terribile invece Patrizia Piccinini, che sembra quasi un robot telecomandato.
In ogni caso è un film(etto) emozionante, genuino e un pò nostalgico, che sa come affrontare senza superbia le tematiche che mostra, esaltando il valore dell’amicizia e mostrando come le vie più semplici per riempirsi i vuoti interiori, spesso non siano proprio le vie più giuste.

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