Recensione su Quel treno per Yuma

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11 giugno 2014

Un western atipico, con una trama così surreale da lasciare perplessi.
Da un lato il contadino zoppo Dan, un modello di integrità totalmente fuori luogo nelle isolate cittadine del far west, in cui la fedeltà degli sceriffi si compra a peso d’oro (e la cosa, peraltro, può pure non bastare) e si reclutano brutti ceffi pronti ad uccidere sventolando banconote.
Dall’altro il bandito Ben Wade, che si autodefinisce marcio oltre ogni dire (altrimenti non potrebbe essere a capo di una delle bande di farabutti più temute del west) e che uccide a sangue freddo chi non gli va a genio, ma si prende a cuore le sorti del contadino e della sua famigliola (che lo vogliono a tutti i costi col cappio al collo) per chissà quale moto di benevolenza.
Russell Crowe nel ruolo del pistolero cattivo non ce lo vedevo per niente, salvo arrivare poi ad accettare la cosa, col passare dei minuti, quando ci si accorge che di un cattivo vero e proprio non si tratta, almeno secondo i canoni tradizionali. Piuttosto, il Ben Wade di 3:10 to Yuma è un cattivo lucidamente folle e con una morale tutta sua. E allora, in fin dei conti, in tale veste il buon (ex) gladiatore se la cava egregiamente, considerato il ruolo del tutto atipico. Ma per l’appunto ci va un pò ad abituarsi.
Nel complesso, una storia sicuramente interessante e coinvolgente, ma dominata da due caratterizzazioni talmente surreali che non possono non far storcere il naso, nonostante le due ore trascorse in modo piacevole.
Quel treno per Yuma è l’ennesimo remake (con qualche modifica) di un classicone western, in un periodo in cui il western tradizionale non riesce a sfondare (ci hanno provato anche i Coen, con risultati buoni ma non entusiasmanti). Un pò come se non fosse più tempo per i western old-fashioned, ma solo per esperimenti ultra-moderni (alla Tarantino, per intenderci).
Il genere ha ormai detto probabilmente tutto quanto aveva da dire, raggiungendo vette ineguagliabili, e pertanto in futuro non vedo altro che una sequela di rifacimenti, più o meno buoni, per dare una rispolverata (più tecnica che altro) a storie già di loro mitiche, e che probabilmente non ne avrebbero alcun bisogno.

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