Recensione su Quattro notti di un sognatore

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21 aprile 2015

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Rielaborazione, in salsa della Parigi post-sessantottina, di Le notti bianche di Fedor (non per familiarità, ma perché non sei mai proprio sicuro di azzeccare il cognome). Jacques se la gira col sopracciglio e il capello anni ‘70, ogni tanto spunta gente con improcrastinabili panta-zampa a quadrettoni. Una sera al Pont Neuf conosce Marthe, che sta per suicidarsi – e gira con un mantello di dubbio gusto. Si parlano, si raccontano le rispettive storie. Lui passa il tempo a dipingere spiantato in uno studio, e innamorarsi per strada di tipe gnocche. Mi ricorda qualcuno. Perfino un po’ creepy, le segue, ai giorni nostri sarebbe in carcere da un po’. Poi sogna storie e vicende e amori ricambiati, e li nomina e consegna a un magnetofono che riascolta in loop. Lei s’è innamorata di un gadano (forse gadano come termine è assai poco universale) a cui affittava una stanza nella casa della di lei madre, che è partito per Yale e forse torna forse no. Meanwhile (a Topolinia, come sempre): bande di fricchettoni fioriscono qua e là con la chitarra, il respiro del tempo si sente e tanto, con inserti musicali piuttosto piacevoli quanto datati. Servono a rimarcare la vita che corre e scorre, la gente altrettanto che si diverte sulla Senna; lui non è così, difatti è creepy, non solo quando segue le sbarbine sed etiam quando dice “marta marta” nel magnetofono e preme play accanto alle signore sul tram, che figurati come lo guardano. A parte dicevo gli riempitivi contingenti, che appesantiscono di un vincolo a un tempo storico che rende datati quei momenti, la condizione del sognatore, questa sì fuori dal tempo, inguaribilmente affetto da solitudine, non nel sonno si realizza ma nella veglia. A testimonianza della sua incapacità/possibilità di vivere, oppure anche inadeguatezza/inadempienza, che sarebbe votata allo scacco anche se non si sapesse già come finisce il libro, la necessità di Jacques di filtrare: tramite la pittura (oh ma qui lavorare mai nessuno eh? Taaac.), dove rinchiude i suoi innamoramenti per strada, e il magnetofono, dove a se stesso racconta e riscrive a voce letteralmente una storia che dalla vita prende spunto per piegare poi verso il suo desiderio. Al contempo, il personaggio di Marthe è sensibile e vivo ma, giust’appunto, troppo reale per superare il filtro ed entrare nel metaracconto che Jacques crea della propria vita. O sogno, o sonno, o quel che è.

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