Recensione su Psyco

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Il centro è Janet Leigh / 6 aprile 2017 in Psyco

Finchè c’è Janet Leigh in scena, questo film è praticamente perfetto; la seconda parte è ottima ma tutto sommato si accomoda nei binari dell’indagine. Con la cinepresa addosso alla Leigh invece, siamo alle massime altitudini del cinema; le sue dosate espressioni facciali sono la magnifica epifania di un conflitto interiore soppesato in ogni sua declinazione, trasuda sensualità, determinazione, paura, autocontrollo. Attorno a lei Hitchcock costruisce un mondo di oggetti significanti, dalla busta coi dollari al giornale, dal tubo della doccia al coltellaccio, dalla scarpa col tacco alla traccia/bigliettino, tutte cose che restano impresse a fuoco nella memoria dello spettatore. Anthony Perkins iconico, forse oggi soffre di iper-rappresentazione e come tutti i miti teme la polvere del tempo, ma la sua dolcezza ferina è ancor oggi penetrante; dopo i famosi 45 secondi della doccia, ho trovato sensazionale la lunga sequenza di metodica pulizia del luogo del delitto (piccola nota a margine: ho pure sorriso scoprendo che uno degli psicopatici più famosi al mondo indossava le clark!)
Magnifica la carrellata di apertura su Phoenix, con la cinepresa che sgattaiola dentro la stanza di un motel dove brucia la passione tra la Leigh e John Gavin; forse nel 1960 avrà scioccato più la disinibizione di quella scena (e di quel dialogo) che il celeberrimo agguato sotto la doccia.
Le musiche di Bernard Hermann sono forse il punto più alto di completa simbiosi con la narrazione cinematografica, al pari del famoso tema di Williams ne Lo Squalo.

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