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Recensione su Psyco

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15 aprile 2011

E’ stato dopo aver visto “Psycho” che ho smesso di domandarmi perché e come Hitchcock si fosse meritato l’appellativo con il quale era (ed è tutt’ora) noto nel mondo del cinema.
Solo un maestro (ovvero un professionista della settima arte che non solo avesse confidenza con gli strumenti del mestiere, ma sapesse innovare il linguaggio e le modalità di rappresentazione, cose che, almeno per quanto riguarda il cinema, tendono sostanzialmente ad equivalersi), quale lui era, sarebbe stato in grado di girare un film come “Psycho” partendo da un libro piuttosto mediocre (ho letto, naturalmente, il libro di Bloch e, pur apprezzandone l’idea di base, non ho gradito più di tanto l’opera nel suo complesso).
La cosa più stupefacente di questa pellicola sono, senza dubbio, le inquadrature; invenzioni continue (che personalmente sono riuscita ad apprezzare bene solo alla terza visione; durante le prime due ero interamente concentrata sulla stupefacente espressività di Perkins) e vertiginosi cambi di prospettiva (come, ad esempio, la vista dall’alto che, già sperimentata in “Vertigo”, ritorna benché con intenti ed effetti diversi: qui ha lo scopo di non svelare la finzione, evitando di mostrare il “volto” della madre di Bates quando egli ne porta il corpo in cantina; nell’altro, invece, serve a trasferire sullo spettatore le sensazioni del protagonista, turbato ed irretito dall’altezza), anche se il tutto avviene in ambienti chiusi, fanno di questo film un efficacissimo strumento di scientifica sperimentazione (perché Hitchcock sembra riuscire a controllare ogni cosa, dal particolare più macroscopico alla visione d’insieme più ampia possibile), pietra miliare del cinema anche al di fuori del genere al quale apparterrebbe di diritto (probabilmente quello del thriller psicologico).
Un po’ Hitchcock gioca con noi (ci aiuta a costruire delle certezze che poi, immancabilmente e quasi sadicamente, provvede a demolire), un po’ chiede la nostra complicità (ancora una volta è la macchina da presa, un occhio meccanico che non possiamo indirizzare, a spostarsi, quasi fosse viva, nelle squallide stanze dove la maggior parte del film si svolge; mi viene in mente la scena in cui Bates, dopo aver fatto sparire il cadavere di Marion, esplora un’ultima volta la stanza per verificare di non aver lasciato tracce: mentre egli, dalla porta, guarda dentro, Hitchcock decide di riprendere il giornale dove noi sappiamo essere stati nascosti i 39.300 dollari rubati dalla ragazza; ma Bates, Bates non lo sa e finisce per disfarsi del giornale senza guardarvi dentro) per realizzare un capolavoro che non è perfetto solo da un punto di vista tecnico.
I virtuosismi, certo, servono, ma sono sterili senza contenuti.
E i contenuti, qui, ci sono: quelle due/tre scene di “sospensione” dalla storia (come, ad esempio, la chiacchierata tra Marion e Norman prima del brutale assassinio della giovane) oltre ad essere pregne di significato (avvertiamo per la prima volta lo squilibrio di Bates, intuendo, in un certo senso, una possibile evoluzione della trama) si avvalgono di ottimi ed equilibratissimi dialoghi.
Perfetta la scelta di affidare il ruolo principale ad un Perkins che si è dimostrato assolutamente all’altezza (corporatura gracile, sguardo profondo, bello, anche se, forse, non secondo i classici canoni estetici, è completamente diverso dal personaggio descritto da Bloch; anche in questo sta l’abilità di Hitchcock, che si diverte ad illuderci circa l’innocenza del personaggio, alimentando, fino in fondo, l’ambiguità sulla quale si regge l’intero film).

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