Recensione su Profondo rosso

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L’efferatezza della visionarietà… / 24 ottobre 2014 in Profondo rosso

“Profondo Rosso” è un titolo che, come pochi altri, tende a rendere subito l’idea di cosa si stia parlando. Un titolo che è ad oggi un termine di paragone più che sfruttato per chiunque parli di cinema, “thriller o “giallo”, che dir si voglia. “Profondo Rosso” è una delle opere cardine degli anni 70, un’opera cardine per tutto il cinema del ‘900, un film simbolo di un certo modo di intendere la settima arte ormai sfumato, superato, del tutto mandato a farsi friggere. La storia, chi più che meno, la conoscono tutti e non ci soffermeremo su di essa, quanto più sulla regia di Dario Argento, un regista allora giovane, anarchico e antiscolastico, un regista formatosi sul campo, un uomo di cultura, di mentalità aperta, un giovane cineasta con all’attivo già quattro lungometraggi di successo, qui probabilmente al massimo della sua verve e della sua capcacità espressiva, che ripeterà nel successivo “Suspria”. Argento firma così quello che è considerato il più grande film giallo italiano, il miglior film di genere se vogliamo, il film che più di tutti sdoganò il giallo all’italiana, fino ad allora frettolosamente relegato alla serie B, promuovendolo alla seria A, un successo planetario, un’opera irrietibile per intensità, capacità, freschezza e coraggio.
Negli anni ’70 Argento aveva pieno controllo delle sue opere e ciò e palese dalle inquietanti visioni ed uccisoni messe in scena con mano sicura, teatrale e cattiva, la maacchina da presa si muove con leggiadria, zoomma, carrella talmente bene che quasi fatichiamo a rendercene conto, è sempre al posto giusto nel momento giusto ed inquadra una Roma, anche se molti esterni vengono girati a Torino, a tratti espressionista, esasperando una città carica di phatos e mistero, dagli angoli bui, dalle opere d’arte imperiose, da case dai lunghi ed interminabili corridoi, insomma una visione del mondo osservato con uno sguardo autoriale, del tutto personale, schizzofrenico e deformato. La fotografia è un tocco in più, dai colori accesi e barocchi, toccherà l’apice con il suo successivo film, sposandosi a meraviglia con il clima tesissimo della storia che non cala mai di ritmo, grazie alle famose, improvvise e sanguinolente espolosioni gore, sequenze cariche di efferatezza spietata ma sempre raffinata, ma anche grazie alla memorabile, perfetta colonna sonora dei Goblin, uno score cult, imitato, plagiato e copiato da molti, un tema che è sinonimo di thriller, il quale accompagna le scene meravigliosamente, dando al tutto una maestosità epica, come dire, da brivido.
La prima uccisione, quella della medium interpretata da Macha Meril, e l’ultima, quella del killer, sono esemplari momenti di grand guignol, entrati di diritto negli annali del cinema, impossibile dimenticare le accettate infilitte sul corpo della medium e il grido d’aiuto lanciato dalla finestra della sua abitazione, captato dal musicista americano Marc, interpretato da un discreto David Hemmings, o, appunto, la fantasiosa, geniale, decapitazione dell’assassino con i ‘credits’ che iniziano a scorrere sulla pozza di sangue che riflette il volto shockato del protagonista, accompagnati dalle note dell’onnipreente ‘main theme’dei Goblin. Pura, macabra, poesia. Assistiamo impietriti ed innamorati del cinema ad una sequela di incredibili efferatezze e momenti birillanti, travolti da una suspense che ci attanaglia di continuo, una tensione che ancora oggi porta con sè la freschezza di quarant’anni fà e non lascia scampo a nessuno, nemmeno ai tanti che già sanno cosa accadrà e come andrà a finire.
Ladies & Gentlemen questi erano gli anni d’oro del cinema italiano, gli anni d’oro di Dario Argento.

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