Recensione su Private Life

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Interni newyorkesi / 7 novembre 2018 in Private Life

Tra i film a marchio Netflix pubblicati finora, mi sembra che Private Life di Tamara Jenkins (nomination agli Oscar 2008 per la miglior sceneggiatura originale con La famiglia Savage) sia fra i più compiuti.

Nonostante l’aria da “già visto/già sentito” (inevitabilmente, per via della sua ambientazione newyorkese e mid-class, Allen e, quindi, recentemente, Baumbach e affini), il film ha un buon respiro cinematografico: è ben interpretato e fotografato e, benché dalla metà in poi, si arrotoli un po’ su se stesso, è ben scritto e la caratterizzazione dei personaggi è uno dei punti forti della sceneggiatura. In particolare, ho apprezzato le ambivalenze di tutte le figure in azione, molto umane, imperfette e “sincere”.
Ho trovato molto azzeccata la definizione e la rappresentazione di Sadie, la nipote acquisita della coppia protagonista, interpretata dalla (per me) sconosciuta e brava Kayli Carter. Evidentemente, Sadie è immatura e viziata, ma, seguendo una logica illogica contorta e personale, è capace di incredibili slanci altruistici che la rendono, alternativamente, odiosa e amabile.
Ecco: il film della Jenkins è apprezzabile proprio per questa sua dolceamara ambivalenza.

Nel complesso, nota di merito per tutto il cast artistico, in cui compaiono in ruoli più o meno rilevanti ottimi nomi della scena attoriale statunitense: Kathryn Hahn, Paul Giamatti (per cui, solitamente, non nutro molta simpatia), John Carroll Lynch e Molly Shannon.

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