Recensione su Primo amore

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Scheletro d’oro / 2 Giugno 2013 in Primo amore

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Vittorio (Vitaliano Trevisan) vive a Verona, ha un laboratorio di oreficeria e ha un’ossessione per le ragazze magrissime. Non sappiamo molto altro di lui. Tiene un diario, il cui contenuto ci viene svelato solo in parte, al principio. Ad illuminare altri brandelli dei suoi pensieri sono brevi conversazioni con un medico, origliate dal regista attraverso una porta aperta solo a metà, e commenti fuori campo nelle scene iniziali e finali del film.
Vittorio vuole, ossessivamente vuole, che corpo e testa si armonizzino, ma non riesce a trovare una donna che lo soddisfi sotto entrambi i punti di vista. La cura proposta dal medico (a base di valium!) non riesce a guarirlo da questa psicosi. Vittorio decide allora di imbarcarsi in una relazione con una ragazza conosciuta su internet: Sonia (Michela Cescon), che si era definita magra e che ha invece almeno 15 chili in più rispetto a come la vorrebbe Vittorio (pesa 56, 57 chili all’inizio del film. Lui la vorrebbe intorno ai 40). L’iniziale delusione per la magrezza di Sonia lascia il posto a una decisione: invece di cercare prima il corpo e poi la testa, questa volta Vittorio investirà su una ragazza che gli piace per la testa, e modellerà il suo corpo. Sonia ha 25 anni (poco credibili sul suo viso: l’attrice ne aveva 35 quando è stato girato il film), lavora in una bottega del mercato equo e solidale, vive con il fratello e per arrotondare fa la modella in un’accademia d’arte, dove posa nuda, serenamente (così sembra) esposta agli sguardi maschili degli apprendisti.
Da questo momento in poi Garrone porta avanti in parallelo due processi di oggettivazione: uno è quello di Vittorio, che costringe Sonia a un controllo del peso sempre più opprimente, fatto di bilance precise al milligrammo, tabelle per seguire i progressi, conteggio delle calorie; l’altro è quello della macchina da presa, che ci dice sempre meno su Sonia, allontanandola, sfocandola, ammutolendola. I suoi sguardi diventano sempre più impenetrabili, non sappiamo mai, veramente, se la perdita di peso la fa vedere più bella, e fino a che punto. Il suo corpo viene reso un oggetto: sempre più spesso nudo, sempre più privo di vita, etereo e distaccato. Il regista la segue in atti sempre più elementari, inquadrandola spesso mentre giace a letto, silenziosa. Questo tessuto di sonnambulismo e apatia è rotto da scoppi via via più frequenti: crolli di Sonia, che piange, o disperatamente si getta sul cibo, con conseguenti eccessi d’ira di Vittorio. Isolati in una cascina sui colli di Verona, da dove si vede il palazzo del balcone di Romeo e Giulietta, la relazione di Sonia e Vittorio si avvita in una spirale di oppressione. Togliere, alleggerire, e poi raschiare via per lasciar emergere solo ciò che è più prezioso: la psicosi di Vittorio si basa sull’analogia con i processi di lavorazione dei metalli, come ci spiega in ben due occasioni, un po’ troppo didascalicamente, la voce fuori campo. Nel finale, del laboratorio di Vittorio restano due lingotti d’oro; di Sonia resta un corpo nudo e allo stremo, ma abbastanza forte per rompere, finalmente, l’umiliazione e il controllo, per spaccare un vaso e, con esso, la testa di Vittorio, quella testa senza capelli, incapace di trattenere l’oro grazie ad essi (come invece faceva un operaio del padre, che metteva il gel per lasciarvi appicciare la polvere d’oro), votata alla spoliazione invece che all’accumulo.

1 commento

  1. yorick / 2 Giugno 2013

    Quantomeno sei stata oggettiva.

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