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Recensione su Predator

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“Mio Dio… sei un mostro schifoso!” / 19 febbraio 2017 in Predator

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

“Mio Dio… sei un mostro schifoso!”

A pronunciare la frase del titolo è “Dutch”, il personaggio interpretato dall’attore Arnold Schwarzenegger, e se a dirlo è lui, esperto e duro soldato, poco propenso a rimanere impressionato da qualcosa, allora deve aver visto qualcosa di veramente eccezionale.
In effetti, il film Predator (John McTiernan, 1987) consegna alla storia della fantascienza cinematografica un altro alieno epocale dopo lo xenomorfo di Alien.
Possente fisico umanoide, volto da crostaceo, simil-capelli con trecce stile rasta, mandibole estroflettenti, questo l’identikit dello Yautja, alieno guerriero giunto sulla Terra per una battuta di caccia all’umano.
La trama è semplice e lineare. Una squadra speciale dell’esercito è inviata nella giungla sudamericana a liberare degli ostaggi in mano a dei guerriglieri. Qualcosa però inizia a decimare il commando. Si tratta del mostruoso alieno che li ha scelti come avversari in una specie di battuta di caccia. L’unico sopravvissuto è il capo del commando, manco a dirlo Schwarzenegger, che riuscirà a spuntarla in un cruento duello finale.
Il film di McTiernan è un avvincente esempio di commistione di generi. La prima parte si presenta come un classico war movie o action movie sullo stile del coevo Commando (Mark L. Lester, 1985), con cui condivide lo stesso protagonista. La parte fantascientifica arriva con lo svelamento dell’alieno e della sua armatura hi-tech, capace di mimetizzarsi con l’ambiente circostante e dotata di numerose attrezzature sia di offesa, sia di sopravvivenza.
Proprio riguardo la capacità di rendersi invisibile porta, per la prima volta in un film, a elaborare un programma computerizzato capace di creare un corpo “trasparente” tridimensionale. Il risultato finale è stato ottenuto con l’uso di un filtro distorcente che “cattura” lo sfondo e lo ridimensiona nella sagoma dell’alieno, dandogli così quell’aspetto “vetroso” che ha nella pellicola. La tecnica non era una vera e propria novità, ma fu la prima volta che venne usata in riprese live action.
A ispirare il film, ovviamente, non può che essere stato il film di Ridley Scott, Alien (1979), con cui condivide la struttura (delle persone sono uccise uno alla volta da un mostro alieno), anche se l’idea di un cacciatore alieno alla ricerca di trofei terrestri era già presente nel precedente e poco conosciuto film Caccia al terrestri (Without Warning, Greydon Clark, 1980), pellicola decisamente inferiore.

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