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Vorrei che tu fossi qui / 14 settembre 2015 in Pink Floyd - Wish You Were Here (Immersion Edition)

5 giugno 1975: mentre sono chiusi negli studi di Abbey Road per registrare il loro nono album, “Wish You Were Here” (che uscirà il 15 settembre di quello stesso anno), i Pink Floyd notano che un uomo grasso, pelato e con le sopracciglia rasate sta gironzolando per la sala d’incisione. I quattro membri del gruppo guardano con curiosità quell’individuo dall’aspetto strano e si domandano chi sia, finché, dopo averlo osservato per bene, non si accorgono che quel tale sovrappeso è Syd Barrett, ossia il fondatore e primo leader dei Pink Floyd che ha inventato il nome del gruppo mettendo insieme i nomi di battesimo di due bluesman americani, Pink Anderson (1900-1974) e Floyd Council (1911-1976).
Sembra una scena tratta da un film, Barrett che va a trovare i suoi ex compagni di avventura proprio quando questi ultimi stanno incidendo un disco che parla di lui, il “Diamante Pazzo” che ha brillato intensamente emanando una luce tanto accecante quanto effimera, eppure è successa veramente e raccontarla fa venire la pelle d’oca. ”Wish You Were Here” esce due anni dopo una pietra miliare del calibro di “The Dark Side of the Moon” (1973), riuscendo nell’ardua impresa di risultare all’altezza del mitico predecessore, fin dalla copertina, creata da Storm Thorgerson, che raffigura due uomini che si stringono la mano in mezzo a una strada mentre uno dei due è avvolto dalle fiamme.
Il disco si apre magnificamente con la lunga “Shine on You Crazy Diamond”, una suite dall’ampio respiro divisa in due parti nata da un memorabile riff di chitarra di quattro note ideato da David Gilmour che ha ispirato a Roger Waters un commovente e bellissimo testo incentrato sulla figura del geniale Syd Barrett (“Remember when you were young, you shone like the sun / Shine on you crazy diamond”), che comincia con una suggestiva introduzione strumentale che supera gli otto minuti, con le sublimi tastiere di Rick Wright e l’indimenticabile chitarra di Gilmour che creano una melodia celestiale, e che prosegue con un canto accorato e struggente (“You reached for the secret too soon, you cried for the moon / Shine on you crazy diamond”), con la voce di Waters colma di sincera commozione (“Come on you raver, you seer of visions / Come on you painter, you piper, you prisoner, and shine!”).
Da segnalare il contributo al sax di Dick Parry (che ha collaborato con il quartetto inglese nel già citato “The Dark Side of the Moon”, in brani come “Money” e “Us and Them”), che impreziosisce la traccia con il suo stile inconfondibile, per una delle canzoni più intense ed emozionanti che i Pink Floyd abbiano mai concepito in vita loro. Dopo tanta meraviglia è la volta di “Welcome to the Machine”, una feroce invettiva contro l’industria musicale (“Welcome my son, welcome to the machine / Where have you been? / It’s alright, we know where you’ve been / You’ve been in the pipeline, filling in time / Provided with toys and “Scouting for Boys” / You bought a guitar to punish your ma / And you didn’t like school / And you know you’re nobody’s fool / So welcome to the machine”) in cui i sintetizzatori, ottimamente accompagnati dalla chitarra folk di Gilmour, la fanno da padroni.
“Have a Cigar” è un altro pezzo magnifico, ingiustamente sottovalutato, che, come il precedente, si scaglia con veemenza contro l’industria musicale (“Come in here, dear boy, have a cigar / You’re gonna go far, fly high / You’re never gonna die, you’re gonna make it if you try / They’re gonna love you / Well I’ve always had a deep respect / And I mean that most sincerely / The band is just fantastic, that is really what I think / Oh by the way, which one’s Pink?”), con i sintetizzatori e la chitarra elettrica che producono un superbo tappeto sonoro su cui si staglia la voce di Roy Harper.
La title-track è un altro omaggio a Syd Barrett: è a lui, infatti, che si riferisce il titolo, “Vorrei che tu fossi qui”, è lui il grande assente, colui il quale i Floyd vorrebbero che fosse ancora lì a suonare insieme a loro come ai vecchi tempi, quando Syd componeva quasi da solo un capolavoro del rock psichedelico come “The Piper at the Gates of Dawn” (1967).
Una menzione speciale la meritano Gilmour, che strappa applausi con la sua chitarra acustica (l’inizio è da brividi; è impossibile non commuoversi ascoltando l’introduzione di questo brano), e Waters, autore dello splendido testo (“So, so you think you can tell / Heaven from Hell? / Blue skies from pain? / Can you tell a green field / From a cold steel rail? / A smile from a veil? / Do you think you can tell?”), per una delle canzoni più tristi e struggenti che la band britannica ci abbia mai regalato.
Una curiosità: in questa pezzo c’è anche il violino di Stéphane Grappelli, ma lo strumento suonato dal musicista francese praticamente non si sente, motivo per cui il suddetto compositore non è stato citato tra coloro che hanno partecipato alla registrazione del brano in questione.
La chiusura è affidata alla seconda parte di “Shine on You Crazy Diamond”, che forse, a modesto parere di chi scrive, è ancora più grandiosa della prima, grazie anche a un Wright in forma smagliante (ma pure gli altri componenti del gruppo suonano al massimo delle loro possibilità), che nel finale tratteggia una melodia toccante fino alle lacrime. Insomma, è perfino superfluo dire che ci troviamo di fronte a un disco fantastico e imperdibile.
Dopo l’incredibile successo ottenuto con il leggendario “The Dark Side of the Moon”, non era per niente facile realizzare un album degno di quest’ultimo, ma con il meraviglioso “Wish You Were Here”, che arriverà nelle primissime posizioni sia della classifica inglese che di quella americana e che nel 2011 verrà pubblicato in una versione deluxe (denominata “Immersion Edition”) da leccarsi i baffi (in cui, oltre a delle pregevoli esecuzioni dal vivo al Wembley Stadium, sarà possibile sentire una stupenda versione della title-track con il violino di Grappelli finalmente in bella evidenza e una versione alternativa di “Have a Cigar” cantata da Waters), i Pink Floyd ci sono riusciti alla perfezione.

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