Recensione su Pink Floyd: The Division Bell Blu-ray

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Pink Floyd: The Division Bell Blu-ray

La campana della discordia / 18 Marzo 2016 in Pink Floyd: The Division Bell Blu-ray

Per vent’anni “The Division Bell” (1994) è stato l’ultimo disco di materiale inedito pubblicato dai Pink Floyd, fino a quando non è uscito il tanto criticato “The Endless River” (2014), che dovrebbe essere il canto del cigno del leggendario gruppo inglese, almeno stando a quanto dichiarato da David Gilmour. Realizzato sette anni dopo il trascurabile “A Momentary Lapse of Reason” (1987), “The Division Bell” ha il piccolo merito di riportare i Pink Floyd a un discreto livello qualitativo, risultando più gradevole all’ascolto del monotono e incolore predecessore.
Pur essendo molto lontano dai gloriosi fasti del passato, l’album scivola via senza grandi intoppi e contiene alcuni spunti interessanti. Rick Wright, dopo aver partecipato come collaboratore esterno al lavoro precedente, torna a far parte a tutti gli effetti della band, cosa che non succedeva dai tempi di “Animals” (1977), e oltre a suonare il piano e le tastiere risulta tra gli autori di cinque canzoni, tra cui “Wearing the Inside Out”, della quale è anche cantante. La parte del leone, naturalmente, la fa Gilmour, che in seguito all’abbandono di Roger Waters ha preso in mano le redini del gruppo imprimendo il suo inconfondibile marchio sullo stile dei Pink Floyd.
La sua chitarra, riconoscibilissima, è onnipresente, e rende il disco tutto sommato piacevole. Non ci sono brani memorabili che rimangono impressi nella mente, ma, come detto in precedenza, il livello generale è discreto e durante l’ascolto non ci si annoia. La traccia che si ricorda maggiormente è l’ultima, “High Hopes”, la canzone più lunga e oscura del lotto, accompagnata dal primo all’ultimo secondo da un sinistro suono di campane, che Gilmour conclude alla sua maniera, ossia con uno splendido assolo di chitarra, con le note tirate fino allo spasimo come piace tanto a lui, che ricorda quelli che lo hanno reso uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi.
Da segnalare anche le grintose “What Do You Want from Me” e “Keep Talking”, ma pure le altre canzoni non sono male, nonostante qua e là affiorino banalità che dai Pink Floyd non ci si aspetterebbe mai, come, ad esempio, “Take It Back”, un pezzo che addirittura richiama il pop rock degli U2, cosa decisamente insolita per Gilmour e soci.
Non mancano, come al solito, i brani strumentali, tipo l’iniziale “Cluster One” e la suggestiva “Marooned”, che però, per quanto belli, non reggono il confronto con quelli che i Pink Floyd facevano all’epoca di Syd Barrett e Roger Waters, entrambi evocati nei versi di “Poles Apart” (“Did you know… it was all going to go so wrong for you / And did you see it was all going to be so right for me / Why did we tell you then / You were always the golden boy then / And that you’d never lose that light in your eyes / Hey you… did you ever realise what you’d become / And did you see that it wasn’t only me you were running from / Did you know all the time but it never bothered you anyway / Leading the blind while I stared out the steel in your eyes / The rain fell slow, down on all the roofs of uncertainty / I thought of you and the years and all the sadness fell away from me / And did you know… / I never thought that you’d lose that light in your eyes”).
L’ex bassista, inoltre, fa capolino nelle parole di “A Great Day for Freedom”, una canzone che parla della caduta del Muro di Berlino (“On the day the wall came down / They threw the locks onto the ground / And with glasses high we raised a cry for freedom had arrived / On the day the wall came down / The Ship of Fools had finally run aground / Promises lit up the night like paper doves in flight”), impreziosita dalle note del pianoforte di Wright e da un bell’assolo finale di chitarra (è persino superfluo dire di chi), e “Lost for Words”, in cui Gilmour tenta di seppellire l’ascia di guerra contro l’ex leader del gruppo (“So I open my door to my enemies / And I ask could we wipe the slate clean / But they tell me to please go fuck myself / You know you just can’t win”), che lo aveva progressivamente relegato in un ruolo di secondo piano.
Insomma, tra alti e bassi, i Pink Floyd, nonostante una certa prevedibilità di fondo, ci regalano undici pezzi gradevoli che, tuttavia, non lasciano un segno indelebile nella Storia della Musica. Per farla breve, questo disco nulla aggiunge e nulla toglie alla loro straordinaria carriera.
Chiudiamo con qualche curiosità: i testi dell’album, dignitosi ma non eccelsi, portano la firma, tra gli altri, di Polly Samson, moglie di Gilmour. “The Division Bell” è stato registrato nello studio galleggiante di proprietà del chitarrista e cantante, l’Astoria. Waters ha demolito questo disco definendolo “robaccia”. La voce robotica che si sente in “Keep Talking” è quella di Stephen Hawking, il fisico e matematico britannico che, a causa di una malattia degenerativa del sistema nervoso, comunica attraverso un sintetizzatore vocale computerizzato.
Tra i musicisti che hanno accompagnato i Pink Floyd nelle registrazioni dell’LP c’è il sassofonista Dick Parry, che ha suonato insieme al gruppo in “The Dark Side of the Moon” (1973) e “Wish You Were Here” (1975). Dopo la pubblicazione di “The Division Bell”, che ha fatto registrare vendite da record andando al primo posto sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, David Gilmour, Nick Mason e Rick Wright hanno intrapreso una redditizia tournée mondiale che ha riscosso un grande successo ovunque, Italia compresa (dove la band si è esibita in sei date: una a Torino, Udine e Modena, tre a Roma), come documentato da un doppio CD live, “P.U.L.S.E”.
La campana del titolo è quella che viene suonata nella Camera dei Comuni britannica per chiamare i parlamentari, ma potrebbe essere anche un riferimento alla separazione tra i tre rimanenti Pink Floyd e Waters, il quale, dopo essersene andato nel 1985, aveva trascinato in tribunale i suoi ex compagni perché, secondo lui, non potevano più continuare ad usare il nome del gruppo.
Sempre a proposito del titolo, prima di trovare quello definitivo, grazie al suggerimento dello scrittore Douglas Adams, l’autore di “Guida galattica per gli autostoppisti” (1979), Gilmour e Mason avevano rispettivamente proposto “Pow Wow” e “Down to Earth”.
La bellissima copertina, che raffigura due statue su un prato che si guardano a vicenda con sullo sfondo un cielo azzurro, è stata realizzata dal geniale Storm Thorgerson, storico autore di tante cover floydiane e di molti altri giganti della musica mondiale (come Led Zeppelin e Peter Gabriel).

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