Il lato oscuro della luna / 24 aprile 2014 in Pink Floyd: The Dark Side Of The Moon (Immersion Edition)

Cosa si può dire ancora su “The Dark Side of the Moon” che non sia già stato detto? E’ uno dei dischi più analizzati, amati e ascoltati del mondo. Su di esso, nei quarantun anni che sono trascorsi dalla sua pubblicazione, sono stati versati fiumi di inchiostro, motivo per cui è un’impresa davvero ardua riuscire a scrivere qualcosa di nuovo e originale su questo magnifico album che ha venduto uno sproposito e che inoltre ha una copertina (su cui vi è raffigurato un prisma su sfondo nero penetrato da un fascio di luce per metà bianco e per metà color arcobaleno), ideata dal geniale Storm Thorgerson, tra le più belle e famose della Storia del Rock.
Nel corso degli anni, “The Dark Side of the Moon” è stato ristampato più volte su CD, l’ultima delle quali nel 2011, quando è uscita una versione, denominata “Immersion Edition”, che comprende tre CD, due DVD, un Blu-ray, un libro di quaranta pagine e vari oggetti da collezione, che se non è definitiva, poco ci manca. Nel cofanetto in questione, tra esecuzioni live (nel secondo CD c’è l’intero album suonato dal vivo al Wembley Stadium nel 1974), remissaggi in multicanale, making of che ricostruiscono la genesi dell’LP e materiale da collezione (tra le altre cose, tre biglie, una sciarpa e nove sottobicchieri), c’è tanta di quella roba da soddisfare le aspettative degli ammiratori più esigenti della band inglese. Certo, il prezzo è alto, ma sono soldi ben spesi.
Detto ciò, prendiamo la macchina del tempo e torniamo indietro fino al 1973, l’anno in cui finisce il protagonista dell’ottima serie televisiva britannica “Life on Mars”, ma non per parlare di quest’ultima o di David Bowie, bensì di “The Dark Side of the Moon”. I Pink Floyd sono un gruppo di culto che gode di un buon successo di pubblico e critica grazie ai sette dischi, la maggior parte dei quali notevoli, che hanno pubblicato a partire dal 1967, nel corso del quale è uscito il leggendario “The Piper at the Gates of Dawn”, e che attende di fare il botto definitivo che li farebbe entrare nell’empireo della musica dalla porta principale. E quel botto, finalmente, arriva quando i Floyd, nel mese di marzo (il primo negli Stati Uniti, il 24 in Gran Bretagna), decidono di dare alle stampe il loro nuovo disco, “The Dark Side of the Moon”, che segna l’inizio della supremazia di Roger Waters sugli altri membri della band, con David Gilmour, Rick Wright e Nick Mason che vengono messi in secondo piano dal bassista, il quale firma le liriche di questo gioiello di rock psichedelico e progressivo, sempre più dispotico nei confronti dei suoi compagni di avventura, a cui spetta il compito di collaborare alla stesura delle musiche.
Apre le danze “Speak to Me”, un breve collage di suoni e voci che fa da battistrada alla deliziosa melodia di “Breathe” (tra una canzone e l’altra non ci sono pause, in modo tale da formare un’unica composizione), il cui ritmo pacato ci culla dolcemente e ci conduce alla successiva “On the Run”, un brano strumentale dominato dal sintetizzatore, al termine del quale vi è la prima gemma del disco, “Time” (che nel finale contiene la ripresa di “Breathe”), in cui Wright e Gilmour si dividono le parti vocali, con il secondo che, inoltre, si produce in un assolo meraviglioso che si stampa indelebilmente nella memoria dell’ascoltatore.
Stupendi anche il testo, annoverabile tra i migliori di Waters, che parla del tempo che passa senza che ce ne accorgiamo (“You are young and life is long and there is time to kill today / And then one day you find ten years have got behind you / No one told you when to run, you missed the starting gun / And you run and you run to catch up with the sun, but it’s sinking / And racing around to come up behind you again / The sun is the same in the relative way, but you’re older / Shorter of breath and one day closer to death”), e l’intro, con gli orologi a pendolo e le sveglie che suonano all’unisono generando un rumore fragoroso (grandioso il lavoro del tecnico del suono, Alan Parsons) e la chitarra, il basso, il piano elettrico e la batteria (bravissimo Nick Mason) che formano uno strato sonoro ammaliante, che costituisce uno dei momenti più alti di tutto l’album.
Non fa in tempo a finire questa meraviglia che subito ne parte un’altra: “The Great Gig in the Sky”, con il pianoforte e l’organo Hammond di Wright che disegnano una melodia emozionante sulla quale si inseriscono i sublimi vocalizzi di Clare Torry (che anni dopo chiederà ed otterrà di essere citata come coautrice del pezzo), che sembra simulare un orgasmo paradisiaco. Godimento allo stato puro. Giriamo il vinile (non dimenticate che siamo ancora nel 1973) e passiamo dal lato A al lato B, che comincia con il suono di un registratore di cassa: è l’inconfondibile attacco di “Money”, una delle canzoni più famose del gruppo, che presenta un giro di basso pazzesco e uno strepitoso Gilmour che si diverte come un matto a strapazzare la sua chitarra.
La seguente “Us and Them”, introdotta da una suggestiva sequenza di accordi prodotta dall’organo Hammond, è una perla nata da un demo di Wright, alla cui riuscita contribuisce in modo fondamentale il sassofonista Dick Parry, il cui sax ci avvolge gentilmente donandoci calore come un cappotto indossato in pieno inverno. “Any Colour You Like”, per quanto sia interessante, è forse il pezzo più debole dell’album, che però torna a decollare con la splendida “Brain Damage”, un’ode alla follia (“The lunatic is on the grass”) sostenuta da un bellissimo arpeggio di chitarra, nel cui testo fa capolino la figura del mai dimenticato Syd Barrett (il verso “And if the band you’re in starts playing different tunes” è chiaramente riferito a lui).
Il favoloso e mirabolante viaggio alla scoperta della luna si conclude sulle note dell’intensa “Eclipse”, e alla fine dell’ultima traccia una voce ci informa che “There is no dark side in the moon, really. Matter of fact it’s all dark. The only thing that makes it look light is the sun”. Una volta finito l’ascolto veniamo presi dall’irrefrenabile voglia di far ripartire il disco daccapo. Completamente estasiati da tanta bellezza e bravura, non ci rimane altro che ringraziare Roger Waters, David Gilmour, Rick Wright e Nick Mason per averci regalato questa pietra miliare.

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