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Recensione su Il bandito delle 11

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24 novembre 2011

Il rosso e l’azzurro. Uno il colore della passione, l’altro quello della libertà. Passione e libertà. Sono forse questi, in fondo, i due presupposti che hanno sempre animato il cinema di Godard, e Godard stesso? Due colori comuni, ma capaci di nascondere dietro la loro banalità, un significato enorme. Allora, Pierrot, è anche questo: la banalità che s’impregna di significato. Ma in fondo cosa sono la passione e la libertà? Sono le doti che sconfiggono gli schemi prestabiliti? Hanno ancora valore nel cinema, o ne hanno mai avuto? La creazione porta in grembo la sfida, è la madre che distrugge i dettami imposti. Il cavaliere che combatte contro i mulini a vento che ha nel cuore la malinconia dell’artista. Pierrot, la maschera triste, il mimo che contempla la luna pallida e che si tinge il volto di libertà.
Il cinema è emozione. Lo diceva già Renoir, parlando d’arte. E il cinema è arte, un’arte cosciente e non effimera. Per nulla inutile. Può anche servire a dirci chi siamo; un determinato cinema. Quello che non ci dice chi siamo non è cinema, è un mero prodotto culturale. Il cinema non è cultura.
Il cinema è l’immagine. Le forme che si combinano assieme e restituiscono vita alla vita. E’ il fascino dell’inquadratura che n’è l’identità stessa. Il quadro è il nostro “occhio”, l’unica possibilità che abbiamo per vedere quel mondo, ha la colpa di essere il nostro grande limite ma il merito di essere anche la nostra unica e infinita opportunità. Se ne fa un uso personale, è solo una questione di scelta e sta a noi decidere da che parte stare, se scegliere di entrare o rimanerne fuori. Il cinema in fondo non esiste è come il tempo. E questo è il suo mistero. Forse allora è proprio vero che il cinema è emozione, forse chi per la prima volta aveva visto le immagini in movimento si era emozionato proprio per aver visto l’invisibile, aver guardato in faccia il tempo, per la prima volta. Il cinema riesce a carpire l’istante, quell’attimo che non tornerà mai più, lo prende e lo immortala per sempre. Lo fa vivere nel momento stesso in cui altrimenti sarebbe morto. Belmondo e Anna Karina emergono dalla sabbia. E’ l’immagine della nascita e della morte, dell’inizio e della fine, l’emblema stesso dell’esistenza in un solo piano. La morte e la vita si ritrovano lì, su quella riva e s’ intrecciano. È il tutto, è la linfa dell’essere. È il cinema.

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