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Il bandito delle 11

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Il bandito delle 11
Il bandito delle 11

Ferdinand, un professore di spagnolo annoiato dalla vita famigliare e dalle convenzioni borghese, fugge verso il sud della Francia con Marianne, baby sitter dei suoi figli con cui, cinque anni prima, aveva avuto una fugace relazione e che si ostina a chiamarlo Pierrot. Durante il viaggio, Ferdinand decide di cambiare radicalmente condotta e di darsi alla delinquenza.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Pierrot le fou
Attori principali: Jean-Paul BelmondoAnna KarinaGraziella GalvaniDirk SandersJimmy KaroubiRoger Dutoit, Hans Meyer, Samuel Fuller, Aicha Abadir, Raymond Devos, Jean-Pierre Léaud, Georges Staquet, Henri Attal, Dominique Zardi, Pierre Hanin, László Szabó, Pascal Aubier, Maurice Auzel, Krista Nell
Regia: Jean-Luc Godard
Sceneggiatura/Autore: Jean-Luc Godard
Colonna sonora: Antoine Duhamel, Serge Rezvani
Fotografia: Raoul Coutard
Produttore: Georges de Beauregard
Produzione: Francia, Italia
Genere: Drammatico, Thriller, Azione
Durata: 110 minuti

22 Marzo 2013 in Il bandito delle 11

Film che potrebbe essere manifesto del cinema di Godard, di “Pierrot le Fou” sapevo ben poco, sebbene fossi stata ammaliata dalla sua bellissima estetica e dal volto splendido di Anna Karina.
Devo ammettere che le mie attese sono state un pelo deluso, ma ciò probabilmente deriva da una mia impreparazione. La pellicola è giostrata molto bene, ma mi è risultata comunque un garbuglio prolisso, fatto di parole su parole. Tra il serio e il faceto, un po’ parodistico e un po’ esagerato, ambizioso e sofisticato e dalla struttura disordinata, che in ogni caso nulla può contro la bellezza estetica, l’esplosione di colori così ben fotografata e il magnifico personaggio di Anna Karina, così bella, vivace e realistica, personaggio con cui relazionarsi più di quello di Belmondo a mio parere. Davvero carina la colonna sonora, specialmente alcune canzoni canticchiate dalla Karina; un po’ meno il montaggio sonoro, dall’effetto straniante.
Apprezzabile alla lunga.

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24 Novembre 2011 in Il bandito delle 11

Il rosso e l’azzurro. Uno il colore della passione, l’altro quello della libertà. Passione e libertà. Sono forse questi, in fondo, i due presupposti che hanno sempre animato il cinema di Godard, e Godard stesso? Due colori comuni, ma capaci di nascondere dietro la loro banalità, un significato enorme. Allora, Pierrot, è anche questo: la banalità che s’impregna di significato. Ma in fondo cosa sono la passione e la libertà? Sono le doti che sconfiggono gli schemi prestabiliti? Hanno ancora valore nel cinema, o ne hanno mai avuto? La creazione porta in grembo la sfida, è la madre che distrugge i dettami imposti. Il cavaliere che combatte contro i mulini a vento che ha nel cuore la malinconia dell’artista. Pierrot, la maschera triste, il mimo che contempla la luna pallida e che si tinge il volto di libertà.
Il cinema è emozione. Lo diceva già Renoir, parlando d’arte. E il cinema è arte, un’arte cosciente e non effimera. Per nulla inutile. Può anche servire a dirci chi siamo; un determinato cinema. Quello che non ci dice chi siamo non è cinema, è un mero prodotto culturale. Il cinema non è cultura.
Il cinema è l’immagine. Le forme che si combinano assieme e restituiscono vita alla vita. E’ il fascino dell’inquadratura che n’è l’identità stessa. Il quadro è il nostro “occhio”, l’unica possibilità che abbiamo per vedere quel mondo, ha la colpa di essere il nostro grande limite ma il merito di essere anche la nostra unica e infinita opportunità. Se ne fa un uso personale, è solo una questione di scelta e sta a noi decidere da che parte stare, se scegliere di entrare o rimanerne fuori. Il cinema in fondo non esiste è come il tempo. E questo è il suo mistero. Forse allora è proprio vero che il cinema è emozione, forse chi per la prima volta aveva visto le immagini in movimento si era emozionato proprio per aver visto l’invisibile, aver guardato in faccia il tempo, per la prima volta. Il cinema riesce a carpire l’istante, quell’attimo che non tornerà mai più, lo prende e lo immortala per sempre. Lo fa vivere nel momento stesso in cui altrimenti sarebbe morto. Belmondo e Anna Karina emergono dalla sabbia. E’ l’immagine della nascita e della morte, dell’inizio e della fine, l’emblema stesso dell’esistenza in un solo piano. La morte e la vita si ritrovano lì, su quella riva e s’ intrecciano. È il tutto, è la linfa dell’essere. È il cinema.

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