Recensione su Pieces of a Woman

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Didascalico / 11 Gennaio 2021 in Pieces of a Woman

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

(Riflessioni sparse)

Tolta l’interpretazione di Vanessa Kirby (Coppa Volpi a Venezia) e certi apprezzabili virtuosismi tecnici (dal teso e drammatico piano sequenza iniziale all’uso della camera da presa in qualità di silenzioso personaggio “n” in scena, che osserva tutto in silenzio), Pieces of a Woman mi è parso un racconto particolarmente didascalico, in tutto, compreso il doppio finale accomodante.

Non conosco (artisticamente) il regista Kornél Mundruczó, perciò non so come, di solito, affronti la manipolazione e la messinscena della materia narrativa.
Sicuramente, qui, la rappresentazione del dramma, la descrizione dei personaggi e l’uso delle allegorie per esplicare particolari stati d’animo e situazioni mi sono parsi abbastanza convenzionali ed elementari.

In particolare, mi riferisco al personaggio di Sean (Shia LaBeouf), che viene definito solo in funzione dei suoi difetti (praticamente, tutti quelli umanamente possibili: Sean è un compendio di banalità e svariate immoralità, quello di Mundruczó sembra puro accanimento). Non si comprende se Sean sia addolorato per la morte della figlia solo perché gli compete o se prova realmente una mancanza, una perdita, vagamente assimilabile a quella di Martha (Vanessa Kirby).
Se Sean può sbagliare qualcosa, tranquilli, Mundruczó gliela fa sbagliare. Nell’ottica di Mundruczó, Sean inanella una serie di amenità con diligente prontezza, quasi funzionasse solo in antitesi rispetto a Martha, che è un groviglio di muto dolore: (in ordine sparso) riprende a bere e drogarsi; pretende che la compagna faccia sesso con lui benché non ne abbia desiderio e, non soddisfatto, si trova un’amante (in seno alla famiglia di lei, giusto per non farsi mancare niente); accetta, per denaro, di lasciare Martha; imbroglia; mente; si rivolge alla compagna con frasi fatte come: “Perché vuoi cancellarla? (riferito alla bambina); grida al vento e ai muri di casa cose del tipo: “Mi manca!” o “Perché non hai voluto vivere?”.
In questo senso, non ho compreso perché “a pezzi” sia solo Martha (ovviamente, il titolo è ricco di valori semantici: in primis, fa riferimento al fatto che un pezzo della protagonista, la bambina, è andato perduto).
A sua volta, quindi, Sean è a pezzi o no? E perché non potrebbe esserlo? Nel corso del film, ci sono un paio di indizi che sembrano dimostrare l’esistenza di una lacerazione intervenuta in Sean, ma il film è Marthacentrico, perciò…
Da bravo deus ex machina, Mundruczó ha deciso per il protagonista maschile, senza farci capire bene per quale motivo Sean debba essere il villain, a questo giro, e perché fosse necessario trovarne uno.
P.s.: so che il film attinge a un’esperienza personale del regista, ma non ne conosco i dettagli, non so se abbia riversato su Sean eventuali sensi di colpa. Ma ciò, per me, non giustificherebbe comunque l’evidente condanna aprioristica del personaggio.

Sorvolo sulle piante morte in casa e sui semi di mela, allegorie naturalistiche che, per me, avrebbe potuto avere una ragion d’essere se non fossero state così insistite.

Sarò anche la solita cuordipietra, ma ho trovato superfluo il rapporto di odio-amore di Martha con la madre (Ellen Burstyn) e, perciò, francamente fine a se stesso il discorso del “tira su la testa” con riferimenti ai rastrellamenti nazisti.

In sostanza, in questo lavoro di Mundruczó, ho trovato poca complessità (narrativa ed emotiva) e una certa forma di insistita edulcorazione e deificazione (della protagonista: possibile che sia l’unica persona sveglia ed empatica del circondario?).

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