Il filo nascosto
/ 20177.3230 votiLondra, anni Cinquanta. Reynolds e Cyril Woodcock sono fratelli, stilisti d'alta moda richiestissimi da nobili e ricche signore dell'alta borghesia britannica. La loro vita cambia dopo l'incontro di Reynolds con la bella e giovane Alma, cameriera in un'amena località di campagna.
Stefania ha scritto questa trama
Titolo Originale: Phantom Thread
Attori principali:
Daniel Day-Lewis
Vicky Krieps
Lesley Manville
Camilla Rutherford
Gina McKeeBrian Gleeson, Harriet Sansom Harris, Lujza Richter, Julia Davis, Julie Vollono, Sue Clark, Joan Brown, Harriet Leitch, Dinah Nicholson, Julie Duck, Maryanne Frost, Elli Banks, Amy Cunningham, Amber Brabant, Geneva Corlett, Juliet Glaves, Philip Franks, Tony Hansford, Steven F. Thompson, George Glasgow, Niki Angus-Campbell, Georgia Kemball, Nick Ashley, Ingrid Sophie Schram, Ellie Blackwell, Zarene Dallas, Pauline Moriarty, Eric Sigmundsson, Phyllis MacMahon, Richard Graham, Silas Carson, Martin Dew, James Thomson, Tim Ahern, Leopoldine Hugo, Delia Remy, Alice Grenier, Emma Clandon, Ian Harrod, Sarah Lamesch, Nicholas Mander, Jordon Stevens, Michael Stevenson, Jane Perry, Charlotte Melen, Dave Simon, David Charles-Cully, Louis Hannan, Evie Wray, Jonathan Wayre, Cécile van Dijk, Jack Tyson, Joshua Tomkins, Mostra tutti
Regia:
Paul Thomas Anderson
Sceneggiatura/Autore: Paul Thomas Anderson
Colonna sonora: Jonny Greenwood
Fotografia: Paul Thomas Anderson
Costumi: Mark Bridges, Marco Scotti
Produttore: Paul Thomas Anderson, Daniel Lupi, JoAnne Sellar, Chelsea Barnard, Megan Ellison, Adam Somner, Peter Heslop, Jillian Longnecker
Produzione: Usa
Genere: Drammatico
Durata: 130 minuti
Dove vedere in streaming Il filo nascosto
ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama
Anderson, tra i registi contemporanei, credo che sia l’unico che si possa considerare l’erede di Stanley Kubrick.
I suoi film dal punto di vista tecnico possiedono la stessa perfezione e cura maniacale nel crearli, sono inoltre molto diversi tra loro sia nella trama che nei personaggi e soprattutto sono pieni di simboli e di metafore da decifrare.
Il filo nascosto rispecchia tutte queste caratteristiche, è un bellissimo melodramma che rappresenta una metafora dell’amore, nel quale passione, devozione e un pizzico di sadismo e di masochismo si mescolano tra loro accompagnando la storia per tutte le sue due ore.
La pellicola ha anche momenti di intensa emotività(la più importante di tutte per me è la scena dove Reynolds mangia l’omelette con i funghi avvelenati preparata da Alma) che la sensibile regia di Anderson coglie in ogni suo piccolo dettaglio.
La colonna sonora anche è perfetta(i brani classici di Schubert sono magnifici).
Un film bellissimo, un’audace riflessione sulle complesse dinamiche che intercorrono in un rapporto sentimentale.
Anderson si conferma per me un grandissimo regista, uno dei migliori della sua generazione.
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In una scena deliziosa di amore a prima vista, tra le più originali e sincere della storia del cinema (quel rossore improvviso!): così ci vengono mostrati per la prima volta insieme Alma e Reynolds. Ma il loro rapporto non si sviluppa come l’inizio – col suo erotismo cameratesco, da pari a pari – lascerebbe presagire; è invece un rapporto ineguale, in cui la gentilezza di Alma, la sua intelligenza, la sua inesauribile capacità di prendersi cura, ma anche – a rendere più vero il personaggio – le sue occasionali imbronciature e gelosie (p.es. nell’episodio della principessa) vanno a scontrarsi con l’egocentrismo dell’uomo, le sue nevrosi, il suo bisogno di essere lasciato solo, tranne che nelle crisi periodiche di regressione semi-infantile e negli occasionali slanci amorosi. Reynolds è il più convenzionale dei due personaggi, malgrado la consueta eccezionale interpretazione di Daniel Day-Lewis; ma è Alma che a un certo punto della vicenda sembra distruggere improvvisamente l’autenticità del proprio personaggio, con un gesto di amour fou o, se ammettiamo che sappia molto bene cosa sta facendo, di estrema manipolazione, che comunque in nessun caso le appartiene. Ma anche passando sopra a questa incoerenza, risulta impossibile digerire il bizzarro colpo di scena quasi alla fine del film, che distrugge stavolta la credibilità del personaggio di Reynolds – anche se in cambio con la sua improbabilità rende Phantom Thread ancora più memorabile.
Il risultato è un’opera piacevolissima (anche se un po’ lunga), che alterna il dramma alla commedia (vedi l’episodio esilarante di Barbara Rose), dai toni comunque leggeri (salvo qualche piccola caduta di gusto, come la visione della madre defunta), ma che non riesce a trovare il modo per risolvere in modo originale e credibile il contrasto di caratteri che mette in scena. Bravissimi tutti gli interpreti, anche se la mia preferenza va alla stupefacente Vicky Krieps. Notevole infine il modo in cui il regista si è sforzato di creare un film che non fosse solo sugli anni Cinquanta, ma che apparisse anche come degli anni Cinquanta, con le sue atmosfere vagamente hitchcockiane, una certa generale pudicizia, la colonna sonora pervadente e persino i titoli di coda in stile rétro.
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But yet we’re here and I’m hungry. Un Capolavoro. Anderson porta più avanti il cinema. Entriamo nella Londra anni 50 in una storia d’amore “Pigmaloniana” tra uno stilista e una bella cameriera, prestata a modella. Eppure la musica così leggera ma anche estremamente tagliente e presente, l’intreccio di fili di regia così limpidi e raffinati cuciono un abito tanto meraviglioso nella sua superficie e nei suoi colori abbacinanti, quanto torbido e misterioso nelle sue pieghe, ove sono nascosti elementi affilati e sorprendenti, da una lotta di potere (topos caro al regista) e sopravvivenza in se stessi, nella coppia, persino “nell’aldilà”, continui specchi e dualità, dettagli sulla diversità (e grazie a Dio mai solo classista), fino al disprezzo per l’indegna borghesia ma soprattutto un amore che è bisogno (lui) e un bisogno di amore (lei). Fili che forse non si vedono, ma che una volta indossati è impossibile strappar via in quanto forma di una sostanza straordinaria.
Candidato agli Oscar 2018 per miglior film, attore prot., attrice non prot., costumi e colonna sonora
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Una storia d’amore che forse non è amore, ma esercizio di dominio e che si basa sull’umiliazione del partner. Ma cosa succede se il partner non si lascia umiliare?
Atmosfere raffinate, abiti elaborati, altissima borghesia, tutto perfetto, però io boh.
ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama
Un film che è come una sinfonia. Il ritmo narrativo de Il filo nascosto si muove -elegantissimo- come se si trattasse di un personaggio che incede sulle scale della casa-laboratorio-atelier dei Woodcock, armonioso e avvolgente come le musiche dell’ormai fidato John Greenwood (e quelle di Schubert, Debussy, Fauré, Brahms… inserite nella colonna sonora).
Per quel che mi riguarda, il duello per le musiche, agli Oscar 2018, è con Desplat, più che con Zimmer o Williams, e potrebbe vincerlo proprio il chitarrista dei Radiohead.
In questo lavoro di Paul Thomas Anderson come, forse, non era ancora accaduto nei suoi film precedenti, anche in quelli più recenti, da Il petroliere in poi, per intenderci, la storia è letteralmente fusa… Anzi, no! Cucita (concedetemelo) con tutti i reparti tecnici coinvolti nella produzione. Dagli attori protagonisti (bravi tutti, Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville) fino al montaggio, ogni elemento del film è armoniosamente legato agli altri, con un senso di continuità tanto naturale da esaltare l’artificiosità del mezzo cinematografico.
L’ossimoro è voluto: con questo lavoro, Anderson celebra a suo modo la natura stessa dell’Arte, fittizia per costituzione.
È un caso che, proprio pochi giorni prima di andare al cinema per vedere questo film, io abbia recuperato il recente Madre! di Aronofsky e che abbia ritrovato nell’ultimo lavoro di Anderson una nuova declinazione dello stesso tema (uno dei tanti inclusi nel lungometraggio di Aronofsky, in realtà), quello dell’atto creativo e della paternità dell’Arte.
Come accade al personaggio della Lawrence in Madre!, qui quello della Krieps, Alma, viene assorbito dal processo creativo, diventando dapprima elemento d’ispirazione per il sarto-artista Woodcock (prototipo dello stilista, del fashion designer così come lo concepiamo oggi), poi manichino e bambola d’argilla (“Hai poco seno”, dice più o meno Woodcock, facendole provare un abito. “Deciderò io se dartene di più”), poi fan adorante della sua Arte (Alma si arrabbia quanto e più di Woodcock quando una ricca signora “fa fare brutta figura” a un abito realizzato per lei) e poi ingranaggio della catena manifatturiera che consente all’Idea di diventare Materia.
Il personaggio di Alma è molto complesso: non è mai ciò che sembra. Inizialmente, pare una ruvida (e scoordinata) ragazza di campagna a cui la Natura ha dato l’aspetto di una lady senza etichetta. Col procedere della storia, si scopre che la ragazza non è una stolida pecorella, ma una donna dai modi asciutti, sicura di sé, con un carattere ben definito, e che è anche capace di contraddire colui che, a conti fatti, è il suo Pigmalione (ancora, l’artista che plasma la materia).
Forse, Woodcock, che ha già applicato altrove le sue tecniche manipolatorie, di impronta egoriferita e totalizzante, non ha mai avuto a che fare con una donna di questo tipo. Infatti, ne è attratto e spaventato. Perché Alma, “come un esercito schierato in battaglia” (cit.), è pronta, suo malgrado, a cambiare le coordinate del suo mondo, fatto di capricci e vezzi da irraggiungibile casta diva, e su cui incombe pesantemente la minuscola eppure ingombrante figura di una madre ormai morta e ricordata solo nel suo esotico vestito da sposa vittoriano.
Il rapporto masochistico che lega Alma e Woodcock rappresenta l’inusuale equilibrio raggiunto all’interno di un rapporto di coppia da due personalità tanto forti e antitetiche. La reiterata minaccia di morte di Alma (thanatos) e l’abbandono con cui Woodcock vi si concede (eros) è nient’altro che il filo nascosto che unisce i due protagonisti.
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