Recensione su La donna fantasma

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La donna che non c’era / 2 settembre 2014 in La donna fantasma

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Un uomo, Scott Henderson (Alan Curtis), e una donna, Ann Terry (Fay Helm), si conoscono in un bar di New York. Lui le propone di passare la serata insieme, lei accetta, ma ad una condizione: che entrambi non debbano rivelare all’altro né il proprio nome né il proprio indirizzo. Senza sapere niente l’uno dell’altra, Scott e Ann escono dal locale, prendono un taxi guidato da un tassista taciturno, Al Alp (Matt McHugh), vanno a teatro per assistere allo spettacolo di una famosa ballerina, Estela Monteiro (Aurora Miranda), che si esibisce con l’accompagnamento musicale di un gruppo di cui fa parte un batterista, Cliff Milburn (Elisha Cook Jr.), poi, al termine dell’esibizione, i due sconosciuti si lasciano.
L’uomo torna a casa, e ad attenderlo trova la polizia. Gli agenti lo informano che sua moglie, Marcella, è stata strangolata, e lui è il principale sospettato dell’omicidio. Scott, di professione ingegnere, dichiara di essere innocente e che al momento del delitto si trovava fuori insieme a una donna che portava uno strano e voluminoso cappello, di cui però non sa il nome.
L’ispettore Burgess (Thomas Gomez) interroga il barista, Mac (Andrew Tombes), del locale in cui Scott e Ann si sono incontrati, il tassista che li ha accompagnati a teatro, il batterista che ha suonato durante lo show e la ballerina che si è esibita sul palco, i quali confermano di aver visto Scott ma non la misteriosa donna con cui egli sostiene di essere stato in compagnia. Il signor Henderson è processato e condannato alla pena capitale: la sua segretaria, Carol Richman (Ella Raines), detta “Kansas”, inizia ad indagare per rintracciare colei che potrebbe scagionarlo. Nella vicenda viene coinvolto anche un amico di Scott, Jack Marlow (Franchot Tone), che aiuta Carol nella sua disperata ricerca.
Traendo spunto dall’omonimo romanzo di William Irish (al secolo Cornell Woolrich), Robert Siodmak realizza un noir (sceneggiato da Bernard C. Schoenfeld) teso ed efficace che si avvale di una regia sopraffina. Il regista sfrutta al massimo le potenzialità del soggetto e, attraverso una messa in scena di grande classe ed eleganza, costruisce una serie di sequenze (Carol che pedina il barista, la jam session, l’assassino che spiega a una sua vittima le tante cose che si possono fare con le mani, tutte quelle in cui Carol non sa di avere a che fare con il killer, come quando lei è con lui nel teatro vuoto) pregne di tensione che rimangono impresse nella memoria.
Il tema dell’uomo innocente che viene ingiustamente accusato e condannato per un crimine che non ha commesso è svolto con consumata abilità e astuzia: Scott, benché sappia di essere totalmente estraneo al reato contestatogli, accetta passivamente il verdetto di colpevolezza, come se fosse il segno di una volontà superiore.
Tocca alla sua segretaria farsi carico di ristabilire la verità: Carol, innamorata del suo datore di lavoro, si improvvisa investigatrice per dimostrare l’innocenza del suo capo, mettendo così a rischio la sua stessa vita; ma alla fine i suoi sforzi verranno premiati, dato che riuscirà a smascherare il responsabile della morte di Marcella e a conquistare il cuore dell’uomo di cui è invaghita (bella la scena in cui lei scopre che il suo amore per Scott è ricambiato).
Curiosa l’assenza di una colonna sonora (l’azione non è accompagnata da nessuna musica), mentre l’ottima fotografia in bianco e nero di Elwood Bredell arricchisce il fascino di questo splendido noir firmato da un Siodmak in forma smagliante. Una menzione particolare va alle scenografie di Robert Clatworthy, che con un’intuizione geniale trasformano il parlatorio della prigione in un ring di pugilato.
Nel cast spiccano la brava e sensuale Ella Raines, il cui sguardo ammalia e buca lo schermo (è un peccato che abbia smesso di recitare troppo presto), il nevrotico e inquietante Franchot Tone, che con il suo fare mellifluo mette i brividi, e il piccolo e viscido Elisha Cook Jr., che si vede poco ma che quando compare lascia sempre il segno.
Avvincente e affascinante, stringato nei tempi e diretto con mano sicura, “La donna fantasma” (1944) è una delle punte più alte della filmografia di Siodmak, che annovera perle come “La scala a chiocciola” (1945), “Lo specchio scuro” (1946), “I gangsters” (1946) e “Doppio gioco” (1948).

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