Recensione su Perfect Sense

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10 Febbraio 2014

Scordiamoci per un attimo dello stile asettico del recente Contagion di Steven Soderbergh, perché pur essendo Perfect Sense un film appartenente allo stesso filone epidemico-apocalittico, si discosta molto dai suoi predecessori. Che di solito rientrano nella categoria “Se ne hai visto uno, li hai visti tutti”.

L’elemento distruttivo, l’epidemia dilagante di cui non si sa praticamente nulla, ma che sta pian piano privando l’uomo delle capacità sensoriali, è solo un pretesto, è solo l’input per far parlare agli autori di amore. Di sentimenti.

E lo fanno spogliando l’uomo di tutto, delle sue capacità basilari. Dell’olfatto, del gusto, delle parole. Riportandolo ad una condizione primordiale, dove il cuore, privo di distrazioni e gadget superflui, effimeri, è l’unico a comandare le esistenze. Ad essere il vero motore della vita.

Perfect Sense è un’esperienza terrificante e speranzosa allo stesso tempo, perché sa come far tremare le gambe e battere il cuore. Con il suo concettualismo, la sua regia minimal, i suoi dialoghi concisi ma molto significativi.

E’ un incredibile inno alla vita, all’apprezzare le piccole cose, all’innamorarsi, senza farsi piegare mai. Perché volendo possiamo adattarci, mutare, evolverci in base alle situazioni, cosa che abbiamo sempre fatto sin dall’antichità.

Un film che deve gran parte della sua riuscita agli sguardi intristiti e cupi dei suoi interpreti, Ewan McGregor e Eva Green. Immensi come non mai.

Lifes go on.

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