Recensione su Per un pugno di dollari

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26 febbraio 2014

In principio era Sergio.
Con il primo capitolo della Trilogia del dollaro, il regista italiano crea qualcosa che non cambierà soltanto il cinema western, ma influirà profondamente sulla settima arte in generale.
La narrazione della conquista e della vita nel selvaggio west, fino ad allora prerogativa di produzioni a stelle e strisce (a parte qualche sporadico e dimenticato episodio), viene afferrata e fatta propria da colui che, come il tempo dimostrerà, diventerà un vero e proprio Maestro del genere.
Un budget limitato a disposizione; riprese effettuate nel sud della Spagna, in località certamente assimilabili a quelle della frontiera Usa-Messico ma che non possono annoverare le meraviglie paesaggistiche dei canyon usa.
Eppure Sergio Leone con questo film non solo fa nascere un nuovo filone del genere western, il western all’italiana (o quanto meno lo rende popolare a livello globale). Leone cambia completamente il modo di fare western, influenzando alcuni grandi registi americani successivi (da Peckinpah fino ai contemporanei e modaioli riscopritori del genere).
Del resto era impossibile competere con gli americani dell’età classica, proponendo prodotti uguali ai loro: per la troppa diversità nei budget, per l’assenza del fattore paesaggio (per chi non poteva permettersi di girare negli States).
Con uno come John Ford non si poteva neanche pensare di competere. E Sergio Leone l’ha capito, non volendo ridursi ad essere l’ennesimo scarso imitatore di classici del genere.
Così inventò qualcosa di nuovo: un western oltremodo violento in cui si narrava di protagonisti egoisti e spesso soli, in cui quasi scompare il tema della frontiera e quasi non si vedono quelli che nei film americani sono spesso (silenziosi) protagonisti: i pellerossa. Western in cui si inserisce, a tratti, la commedia (per il vero appena accennata in Per un pugno di dollari; più presente, invece, ne Il buono, il brutto e il cattivo): idea che va a generare un vero e proprio sottofilone, anch’esso dominato dagli italiani.
Per un pugno di dollari è il primo di questi film, la scintilla che attizza un enorme e caloroso falò, e come tale merita tutti gli onori riservati ai pionieri. Con Il buono, il brutto e il cattivo Leone fa probabilmente alcuni passi avanti su temi squisitamente tecnici e introduce per l’appunto elementi di commedia in un genere che sembrerebbe mal conciliante con essa, con risultati non sempre apprezzati dalla critica.
Ma il western, appunto, era cosa per americani e per operare questa piccola rivoluzione bisognò ricorrere all’immancabile escamotage: per far breccia nei mercati internazionali due colossi come Sergio Leone e Ennio Morricone, furono costretti ad americanizzare il loro nome, rispettivamente, in Bob Robertson e Dan Savio.
Gian Maria Volontè, che interpreta alla grande lo spietato Ramòn Rojo, diventò John Wells.
Clint Eastwood, nel suo primo ruolo da protagonista, con il suo viso gelido e imperscrutabile, era probabilmente il tipo giusto al momento giusto, per calarsi nella parte dell’Americano senza nome, doppiogiochista spietato che tuttavia fa trasparire, in certi momenti, un animo buono.
Per un pugno di dollari è francamente inarrivabile: perfetto nella sua dimensione temporale, nella scorrevolezza dell’intreccio, nel ritmo, nel sapiente dosaggio delle pause, nella colonna sonora…
Il fatto che la sceneggiatura sia tratta da La sfida del samurai di Kurosawa (Yojimbo), con tanto di causa per plagio da parte del giapponese, non ne diminuisce il valore. Il primo western all’italiana di successo è dunque sostanzialmente un remake di un film giapponese e i richiami all’Arlecchino servitore di due padroni di Goldoni, rappresentarono soltanto un disperato tentativo di difesa operato dalla produzione, che si era rifiutata di pagare i diritti al grande regista nipponico (Leone non negò mai di essersi ispirato a lui, anzi lo dichiarò sempre apertamente).
A sua volta Per un pugno di dollari diventerà uno dei film western più copiati, generando, sull’onda del suo successo, una sequela di mediocri epigoni (alcuni addirittura recanti titoli ai limiti del plagio).
Di Morricone non si smetterà mai di tesserne le lodi: la colonna sonora è uno dei molti capolavori del Maestro e dà inizio ad una collaborazione memorabile con il regista.
E poi vogliamo parlare del finale? No, forse è meglio FAR parlare il finale:
“Al cuore, Ramòn! Al cuore!”

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