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Recensione su Per qualche dollaro in più

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1 marzo 2014

Il secondo capitolo della Trilogia del dollaro si pone (anche ontologicamente) al centro del percorso formativo e di crescita del western all’italiana: allentata la violenza truce di Per un pugno di dollari, la pellicola costituisce un trampolino di lancio verso l’ingresso nel genere della componente ironica, che sboccerà ne Il buono, il brutto e il cattivo (a sua volta generatore di un vero e proprio sottofilone, quello della commedia western).
E infatti questo film appare assai chiaramente per struttura come l’antesignano dei Trinità.
Da un punto di vista strettamente registico, Leone intanto progredisce ed evolve nel suo stile inimitabile.
Morricone ancora una volta è semplicemente superlativo: il tema di Per qualche dollaro in più è probabilmente il più epico della trilogia. Richiama il motivo scanzonato di Per un pugno di dollari aggiungendo un tocco di nostrano (nella strumentazione), ma esplodendo in maestosità compositiva, prima del viraggio sullo humour con la colonna sonora de Il buono, il brutto e il cattivo (Estasi dell’oro a parte).
L’idea del carillon, ripetuto a iosa, è un assist per l’armonica di C’era una volta il west.
Gli avvicendamenti nel casting sono anch’essi simbolo dell’evoluzione della trilogia: dentro Van Cleef (che però sfrutta meglio la sua mimica con il Sentenza di Il buono, il brutto e il cattivo), riproposto Volontè (che a me piace parecchio nonostante la sua tendenza all’istrionismo ad oltranza) nel suo ultimo ruolo prima di lasciare il posto a Wallach.
Eastwood è invece sempre lì, col suo gelido e impassibile volto, che non si scompone per nulla.
Nel complesso un western semplicemente bellissimo, come gli altri due della trilogia, anche se debitore nei confronti del primo, che del resto rappresenta la scintilla che ha dato il via a tutto.

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