2016

Paterson

/ 20167.4113 voti
Paterson
Paterson

Paterson, New Jersey. Nella piccola cittadina, vive un tranquillo autista di bus con l'animo da poeta. La sua vita trascorre tranquilla, scandita da una serena routine. Quella dell'amata Laura, al contrario, è ricca di continue novità e cambia aspetto velocemente.
Stefania ha scritto questa trama

Titolo Originale: Paterson
Attori principali: Adam DriverGolshifteh FarahaniBarry Shabaka HenleyMethod ManChasten HarmonWilliam Jackson Harper, Masatoshi Nagase, Rizwan Manji, Dominic Liriano, Jaden Michael, Trevor Parham, Troy T. Parham, Brian McCarthy, Frank Harts, Luis Da Silva Jr., Kacey Cockett, Kara Hayward, Jared Gilman, Sterling Jerins, Johnnie Mae, Helen-Jean Arthur, Joan Kendall, Owen Asztalos, Jorge Vega, Sophia Muller, Nellie
Regia: Jim Jarmusch
Sceneggiatura/Autore: Jim Jarmusch
Colonna sonora: Jim Jarmusch, Carter Logan, Sqürl
Fotografia: Frederick Elmes
Costumi: Catherine George
Produttore: Joshua Astrachan, Daniel Baur, Ronald M. Bozman, Jean Labadie, Carter Logan, Oliver Simon
Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Commedia
Durata: 118 minuti

Poetico / 30 Aprile 2017 in Paterson

La ricerca della bellezza nella quotidianità, nelle tante impercettibili sfumature della vita di tutti i giorni e la celebrazione di questa bellezza nella poesia sono solo due dei motivi che rendono speciale l’ultimo film di Jarmusch, un piccolo scrigno finemente cesellato, poggiato sulla vetrina di una carriera tra pezzi più blasonati e chiacchierati ma più ricco è sorprendente degli altri.
Girato con eleganza, scritto con delicatezza, interpretato con partecipazione è un film che sorprende e lascia una lezione importante sulla vita e sull’amore.

Perfetto per chi ha amato Stoner di John Williams.

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Buxi Driver / 29 Aprile 2017 in Paterson

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

L’attore protagonista si chiama Driver, e ha già una filmografia coi controcazzi tra cinema mumblecore (adoro dirlo) e mainstream, e qui fa l’autista di autobus. E nel film si chiama Paterson, e fa l’autista a Paterson, e mangia solo Paterson con Paterson (no questo no). Suddiviso nei giorni di una settimana, la vicenda vicenda non è ma la vita quotidiana di Pat… oh beh hai capito; che ha una casa con la buca delle lettere storta, una compagna gnocca che lui ogni mattina si sveglia e lecca (voglio vedere, dopo 40 anni così, un po’ fastidioso eh), ma lei è anche matta, e passa la vita a sfornare cookies e decorare in b/n le tende e qualsiasi altra cosa ci sia in casa; e un bulldog inglese, named Marvin, protagonista tanto quanto. Meanwhile Paterson vive di autobus e schiscetta a Paterson, ascolta i discorsi dei passeggeri, ogni giorno vede almeno una coppia di gemelli. Nelle pause e ovunque, scrive poesie, su un taccuino segreto e sullo schermo in faccia a noi, ricorsive, che tiene per sé. Alla sera piscia il cane e intanto va al pub a bersi una birra, con le solite persone e le vicende da pub di solite persone di America piccola ma non piccolissima. Il nigga che gioca a scacchi, il tipo che rappa in lavanderia. C’è una musica creepy, spesso nelle scene di bus, come dovesse succedere qualcosa di panicante ma la realtà è che non succede quasi mai nulla, come nella vita della più parte. Che resta meritevole di panico, eppure. Succede che è lui stesso, e le persone che lo circondano, ad essere il filtro della sua esistenza, a darle un senso poetico a partire da quel che davanti gli scorre: gli incontri, i fiammiferi, Marvin, il suo amore, la cascata, un giapponese che dice A-HA! Qui tutti cercano un senso, e sono belli perché magari involontariamente, o infruttuosamente secondo altri pragma-canoni, sembrano poterlo trovare: Laura nei cerchi e frizzi che dipinge dappertutto, il nigga un senso rovesciato nell’amore respinto, Paterson in Paterson tutta, il cane nei suoi ritratti bislacchi appesi alla parete e nel suo sguardo da quel cane lì che è che fa sempre ridere. Un cinema così appoggiato per terra ma che fluttua insieme così per aria, lascia sperare che qualcosa d’altro (e alto) sia comunque possibile, e che sta dentro di sé ma stretto comunque a chi e cosa ci circonda, ciò che sé più non è.
Intanto, tra i passeggeri del bus, i due bambini di Moonrise Kingdom, cresciuti, discutono di anarchia <3

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La didascalia invisibile del cuore. / 20 Febbraio 2017 in Paterson

Balzac, attraverso uno dei caratteristi di un suo capolavoro, scriveva: ‘’Io sono un gran poeta. Non le scrivo le poesie poiché esse consistono nelle azioni e nei sentimenti’’.
Paterson, ultimo lavoro di Jarmusch, dopo il sorprendente ‘’Only Lovers Left Alive’’, si può riassumere in questa frase. In un uomo, appunto Paterson, la cui poesia è scritta nella sua quotidianità, oltre che sulle pagine di un taccuino segreto. Un ménage semplice, frugale, che ha la sua ouverture in un abbraccio, su un talamo di aneliti e baci.
Paterson non è un poeta, o meglio, lo è senza saperlo, considerando la sua professione, autista di autobus, la sua sola identità.
I suoi giorni, scanditi da una routine pressoché uguale, sono al contempo pregni di vita, perché spesi a catturare l’istante, e ad imprimerlo nella memoria.
Un’anima empatica, la cui gentile foggia si ripara sotto l’egida di una coscienza mai velata da un impeto di ira.
La pellicola si compone di attimi, spazi ed ambienti fissi, interconnessi al protagonista e alla sua sfera affettiva. Contesti che fungono da location per riprendere con estrema naturalezza e spontaneità un’innata ricerca del senso. E tramite questa giungere ad una visione stratificata, in cui sogni si fondono ai bisogni. Tropi che rivestono di una cangiante allegoria l’abitudine.
Tendenzialmente legato ai canoni della metrica variabile di Williams Carlos Williams, e al suo rapportarsi agli eventi di natura quotidiana, e al tran tran dell’ordinarietà, nonché alla beat generation simboleggiata da Ginsberg, Paterson non disdegna richiami ad un tipo di poesia più classica, con rimandi al sommo Poeta, o al Petrarca, la cui idealizzazione galante si palesa nella figura di Laura, qui compagna del personaggio. O nella romantica anglosassone, come quella di Keats ( versi scritti sull’acqua: chiaro omaggio all’epitaffio del celebre poeta ). E non solo, anche a quella contemporanea. Di una gioventù che si ferma anch’essa a riflettere e a ponderare.
Jarmusch ci offre uno schema famigliare, all’apparenza decodificato, ma non lineare. Il contrasto tra le ambizioni e i desideri della bella Laura, e le più semplici e meno vistose mire di Paterson, non riflettono soltanto una gerarchia di desideri, ma una condivisione di caratteri, affini in un unico aspetto, l’amore. E nel dipanarsi dei minuti, delle ore e dei giorni, vi è, come in una sorta di entr’acte silenziosa, atta a dividere gli istanti, un riverbero di gioia sopraffina, che eleva la normalità consegnandola ad una gioia eterna.

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Elogio della semplicità / 2 Gennaio 2017 in Paterson

Jarmusch affronta un paio di temi precisi: la bellezza delle piccole cose e la complementarietà delle diversità.

Attraverso la sua apparente immobilità narrativa, Paterson dimostra che anche una vita apparentemente priva di particolari sobbalzi sa essere interessante e densa di eventi.
Su scala macroscopica, le riflessioni del protagonista sono: “A quale creazione si sarà dedicata, stamane, quella forsennata della mia amata? Lo scoprirò una volta tornato a casa. Chi incontrerò stasera al bar? Lo scoprirò quando mi siederò al bancone. Chi salirà sul mio bus, oggi? Lo scoprirò quando mi metterò al lavoro”.
Su scala microscopica: “Questa scatola di fiammiferi racchiude un segreto. Cosa vuole raccontarmi quella cascata? Chissà come e perché questa cassetta della posta si inclina così ogni giorno…”.

A rafforzare la potenza insita nelle piccole scoperte quotidiane, Jarmusch usa tre elementi: la curiosità, la riflessione, il sogno.
Al primo, corrispondono lo sguardo e l’ascolto silenzioso dell’autista Paterson (un efficace e misuratissimo Adam Driver), la ricerca di notizie particolari sulla cittadina da parte del barista Doc (Barry Shabaka Henley), le “esplosioni artistiche” di Laura (la bella Golshifteh Farahani, già vista nell’iraniano About Elly).
Al secondo, l’analisi e l’atteggiamento introspettivo di Paterson, che interiorizza gli effetti del contesto, astraendoli e trasformandoli in poesia.
Al terzo, l’attività onirica di Laura, che trova magicamente forma nella realtà, stupendo Paterson come un bambino, rendendola ai suoi occhi una sorta di fata, incrementando l’amore e l’interesse nei suoi confronti (Paterson non le rivela mai di aver visto segni dei suoi sogni, come se temesse di infrangere un tabù, una malìa).
La sonnacchiosa cittadina di Paterson, apparentemente priva di particolari attrattive e, al contrario, ricca di aneddoti e abitata da personalità rilevanti in ambito storico e culturale, è specchio e contraltare di Paterson l’autista: entrambi celano a uno sguardo frettoloso e distratto profondità e delicatezze quasi insondabili.

Curiosità: l’Italia sembra onnipresente nei pensieri di Jarmusch, perché in questo film viene citata continuamente. A proposito: i ragazzi che, sul bus, parlano dell’anarchico Gaetano Bresci sono Jared Gilman e Kara Hayward, Sam e Suzy di Moonrise Kingdom di Wes Anderson. Viene da sorridere, pensando (in maniera pindarica) che, dopo la loro fuga d’amore, i due ragazzini siano diventati appassionati filoanarchici: mi piace questo suggerimento di Jarmusch, questa strana (forzosa, se vogliamo) continuità tra i due film.

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La poesia dei piccoli dettagli / 9 Dicembre 2016 in Paterson

Paterson (Adam Driver) è un autista di autobus della modesta cittadina di Paterson nel New Jersey (non è un refuso: nome del protagonista e della sua città sono identici), che ogni mattina di sveglia qualche minuto dopo le sei, dà un bacio alla bella moglie Laura (Golshifteh Farahani) accoccolata accanto a lui, si prepara e va a lavoro a piedi. Con sé porta una cassettina di metallo contenente il pranzo, l’acqua, e un taccuino dove annota delle poesie. Sempre, prima di iniziare il giro, appoggia il taccuino sul volante del bus e scrive, mettendo in fila parole salvate dalla quotidianità e restituendogli un significato altro.
L’ultimo film di Jim Jarmush è allo stesso tempo criptico e semplice. Detto meglio potrei azzardare che la sua strabiliante semplicità sottintenda dei movimenti al suo interno molto complessi, a loro volta però spiegabili facilmente.
Paterson è un uomo qualunque, che prosegue adagio in una routine che non sembra soffrire ma anzi pare composta da lui stesso. Sua moglie Laura è piena di passioni che ogni giorno mette in opera, sperimentando sempre nuove cose in casa, cambiando arredi, cucinando, cucendo, suonando. È una vita standardizzata (o eminentemente umile, a seconda dei punti di vista) spezzata nel suo incedere dalla vena poetica del protagonista, che lo trasporta in alcuni momenti in una dimensione sua, altra. Ma anche le sue poesie parlano del quotidiano, e sono quasi asettiche, asciutte, né disperate né cariche di gioia. È qui che il film di Jarmush esprime la sua potenza: il rapporto tra aspettative e realtà. In Paterson le aspettative sono azzerate, la quotidianità è accettata, e il protagonista sembra proprio suonarla senza virtuosismi, musica da camera. Non c’è da dimostrare niente a nessuno, tantomeno a se stessi. La comprensione (profonda, forse fideistica) che l’amore con la moglie è una nota stabile e preziosa, un “la” del diapason che accorda ogni strumento, rende la vita di Paterson apparentemente monotona, ma completa, pienamente soddisfatta per il fatto stesso di non aver altre pretese che sarebbero ideologie, mistificazioni, esercizi inutili di auto frustrazione. È importante che lo spettatore sia pronto a ricevere la ricchezza del semplice, che è la perla racchiusa all’interno del film.
Finendo con le parole esatte del regista: “Paterson vuole rendere omaggio a ciò che di poetico esiste nei piccoli dettagli, nelle variazioni e nelle interazioni quotidiane. Si tratta di un film che dovremmo lasciarci scivolare addosso come le immagini che osserviamo dai finestrini degli autobus.”

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