Recensione su Paris, Dabar

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Paris, Dabar

Drunk punks / 28 Maggio 2013 in Paris, Dabar

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Piccolo gioiello del 2003, pressoché introvabile. Leggendo la trama, questo film potrebbe sembrare una semplice goliardata stupida, rassomigliante i film americani dove i protagonisti vanno, che so, a Las Vegas e si devastano, facendo scaturire situazioni più o meno comiche.
Non è il caso di Paris, Dabar, che prima di tutto si distanzia da quel genere di produzioni per la sua natura di docu-fiction, in cui la fiction però si vede molto poco ed è utilizzata principalmente per dare una coerenza al racconto. Tutte le scene della maratona sono invece reali e la bravura del regista sta soprattutto nell’aver saputo montare quest’ammasso di caos etilico dando il giusto ritmo alla pellicola e favorendo la formazione di momenti comici accanto ad altri più drammatici.
Il ritratto che ne emerge è di goliardia, rabbia, amicizia, violenza, tenerezza, squallore. Insomma, di umanità. I protagonisti, tutti esponenti del sottobosco bolognese (tra cui dj Pappa Rodriguez, scomparso di lì a pochi anni), hanno in sè uno spirito punk anarcoide e autodistruttivo, non privo di una certa genialità nel suo essere confuso. Dato il contesto non c’è spazio qui per il politically correct o le buone maniere, né per la delicatezza o il pudore, ma solo per la schiettezza, ed è giusto così.
Riesce in questo modo a emergere una certa dose di lirismo popolare, carnevalesco, il cui apice a mio avviso è raggiunto nei festeggiamenti finali, quando Luna, il transessuale che si concederà in premio (segreto per i partecipanti) al vincitore della gara, balla insieme al resto dell’allegra combriccola, mentre non a caso la banda suona le note di 8½ (una scena così l’avrei vista bene anche nel Pasolini delle borgate o nell’Almodovar più spensierato).
Un film che sarebbe piaciuto di certo a Charles Bukowski.

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