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Recensione su Papillon

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L’agognata libertà di un outsider. / 29 ottobre 2014 in Papillon

“Maledetti bastardi! Sono ancora vivo!”, esclama Papillon nell’ultima scena del film, subito dopo essersi tuffato nelle profonde acque dell’oceano per la sua ultima, definitiva fuga. Una scena che è un pò la sintesi della lunga e dolorosa parabola vissuta dal caparbio personaggio interpretato dall’ottimo Steve Mcqueen, un uomo imprigionato per una vita nell’infernale Guyana francese, un uomo che pur di assecondare il suo innato desiderio di libertà, tentando fughe su fughe, patirà lunghi e penosi anni d’isolamento, ritrovandosi vecchio, malandato e piegato ma non spezzato e ancora desideroso di riacciuffare la sua libertà, tema portante del film e, a quanto ne sappiamo, dell’intera odissea del protagonista.
“Papillon” è, dunque, un film di ambiente carcerario, uno dei più duri, diretti ma anche dei più romananzati e cinematografici, una storia decisamente al servizio di due delle più grandi star hollywoodiane dell’epoca, il roccioso e sempre grandioso Steve Mcqueen e il mite ma strepitoso Dustin Hoffman, nei rispettivi ruoli di Papillon e Luis Dega, una coppia tanto strana quanto ben assortita, due attori di grido che nelle loro rispettive e riuscite performance tentano sempre di superarsi, generando così una costruttiva rivalità recitativa capace di esaltare sia il film che i loro ruoli. Mcqueen/Papillon la fà da padrone come al suo solito, pur non essendo trasformista e tecnico quanto Hoffman, ruba la scena con il minimo sindacale e rende il suo personaggio un eroe/antieroe perfetto e “animalesco”, ambiguo e violento del quale poco importa il suo reale o ipotetico passato e se sia o meno un assassino, siamo con lui comunque, con lui e con il suo innato desiderio di fuga. Hoffman caratterizza deliziosamente il suo Dega, rendendolo un individuo debole e opportunista, almeno all’inizio, un uomo dai modi gentili ed educati il quale pensa di poter risolvere tutto con i soldi, corrompendo e comprando. A tratti Hoffman sembra allinearsi a Mcqueen per credibiltià ed intensità, ma senza mai riuscire a superarlo nè in phatos nè presenza scenica, pur essendo, forse, tra i due, l’interprete più preparato. E’ dunque uno di quei film che vive di interpetazioni maiuscole più che di regia o sceneggiatura, pur buone, un’opera che si regge sul costante e incessante duello fra le due star, capaci di plasmare non solo i loro personaggi, bensì tutto il contesto, rendendolo una spietata e selvaggia cornice che adorna ed esalta i loro ruoli, deliziando ed esaltando anche lo spettatore.
La prima parte del film, con il viaggio in nave verso la Guyana e il successivo incarceramento nelle isole, è senza dubbio la migliore, tesa e veloce, ci aiuta a comprendere le dinamiche che si instaureanno tra i due e i loro caratteri, ben diversi e definiti, uniti in principio solo per comodo, ma poi anche da una solida amicizia, mentre nella seconda prende vita un vero e proprio action movie avventuroso nel quale la prigione scivola un pò in secondo piano e le evasioni, sempre mal riuscite, finiscono per concentrare l’intero plot. Non per questo il film sembra subire uno sbilanciamento forzato, molto più semplicemente asseconda gli eventi, le tragedie e le avventure dei protagonisti, costretti in fuga, fra incontri, scontri, alla continua, forsenata ricerca di libertà, un incedere deciso verso un finale intenso, in parte liberatorio ma alquanto triste e tardivo, dove Papillon e Dega, ormai vecchi e provati si rincontrano sull’isola del diavolo come unici due sopravvissuti, il primo ancora terribilmente voglioso di fuggire mentre il secondo, ormai del tutto instabile e disincantato, è rassegnato ad una vita spezzata, da reietto reculso.
Tratto dal libro autobiografico del vero ‘Papillon’, al secolo Henri Charrière, realmente incarcerato per anni nella Guyana francese, “Papillon” è un grande, a tratti pomposo film hollywoodiano come non ce ne sono più, un’opera con due star e due grandi attori carismatici quali Steve Mcqueen e Dustin Hoffman e una regia di Franklin J. Schaffner per nulla invadente e priva di virtuosismi, una regia che asseconda i personaggi ed è al servizio di una grande storia.
Un Cinema di un’altra epoca con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti.

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