Recensione su Il fuoco della vendetta

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La depressione americana. / 28 Agosto 2014 in Il fuoco della vendetta

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Interessante gioco di prospettive e parallelismi.
Sullo sfondo, ci sono la corsa alla presidenza di Obama (primo mandato) e la guerra in Iraq. In primo piano, c’è la crisi economica che disegna un paesaggio di depressione sociale quasi steinbeckiano.

Bale interpreta un uomo dedito alla famiglia ed al lavoro, con un senso della giustizia solido ma, a modo suo, inquietante.
Riflettendo sul film col mio compagno di poltrona, ho colto alcuni aspetti del personaggio che, a primo impatto, non avevo soppesato con la giusta attenzione: è emblematico che egli, teso a mantenere un certo ordine morale all’interno del suo microcosmo prossimo all’implosione o già soggetto al disfacimento, faccia perno sulla rettitudine derivantegli dall’educazione ricevuta e dalla religione (pare particolarmente credente, benché non si abbandoni a plateali scene di devozione).
È emblematico, in questo senso, l’insieme di un paio delle sequenze finali: prima di mettere in atto l’agguato definitivo, si reca in chiesa a chiedere, in silenzio, perdono preventivo; preme il grilletto fatale davanti al poliziotto, benché questi sembri in grado di poter assicurare Harrelson alla giustizia (in senso legale).
In breve, il personaggio di Bale sottolinea l’inevitabilità della sua vendetta davanti al potere divino e a quello temporale, “giustificandola” come cosa letteralmente buona e giusta. Raggelante.
Russell è un uomo che non ha più nulla da perdere, ormai, se non il proprio senso della giustizia ed è questa l’unica cosa, alla fine, che non ha alcuna intenzione di smarrire, sia questo corretto, condivisibile, accettabile o meno.

Questo film di Cooper mi ha convinto assai di più di Crazy Heart, soprattutto dal punto di vista narrativo, decisamente più maturo.
Mi sono piaciuti i “banali” ma azzeccati riferimenti d’ambiente, l’insistenza con cui la vita dei personaggi viene associata a quella della fabbrica in dismissione. Nessuna gioia o speranza sembra poter attecchire davvero in quei luoghi.
Bel cast, belle interpretazioni, anche se il personaggio di Dafoe non mi è parso calzargli benissimo addosso, troppo lineare, troppo poco ambiguo.
Odioso fino allo sfinimento (il bravo) Harrelson.

Nota personale: il titolo italiano svela troppo presto la svolta del film, che non giunge affatto presto. Certo è che, se il titolo originale fosse stato tradotto letteralmente, sarebbe stato ridicolo. Ancora una volta, forse, sarebbe stato meglio lasciarlo inalterato.

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