Recensione su Orizzonti di gloria

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Quando Kubrick parla di guerra, signori miei… / 8 Luglio 2016 in Orizzonti di gloria

Il quarto film di Stanley Kubrick è tratto da un romanzo di Humphrey Cobb, da cui lo stesso regista, insieme a Calder Willingham e Jim Thompson, trae una sceneggiatura affascinante, verbosa (come tutte quelle di quell’epoca) e con qualche passaggio retorico, aspetti che emergono fin dalla prima scena dei due generali che progettano la presa del formicaio (in mezzo, le argute schermaglie verbali di Broulard).
Orizzonti di gloria è una delle pellicole antimilitariste per eccellenza, ma anche e soprattutto un film sulla stupidità umana, di cui la guerra è un prodotto atavico.
L’accentuato e surreale contrasto tra gli ambienti nobiliari del quartier generale (il castello di Schleißheim in Baviera) e il fango della trincea emerge continuamente: un’idea azzeccata che introduce il tema del contrasto tra classi, in un’epoca in cui l’aristocrazia credeva di essere ancora ben salda sul proprio scranno.
Ma anche il generale Mireau, ad un certo punto, è costretto a scendere in trincea, per dare la notizia ai suoi sottoposti della missione suicida che si devono apprestare a compiere per onorare la patria (o, per meglio dire, per assecondare la sua ambizione carrieristica). Il compito viene affidato al 701esimo reggimento del colonnello Dax, avvocato penalista tra i più importanti in Francia, che risponde per le rime al suo superiore: il patriottismo “è l’ultimo rifugio delle canaglie”, dice citando Samuel Johnson.
Un momento memorabile anche e soprattutto per il bellissimo piano sequenza che precede, arretrando, l’avanzata del generale all’interno della trincea, il quale si ferma ad incitare – in modo tutt’altro che convincente – alcuni dei soldati che incontra sul suo cammino (tra cui un uomo in evidente stato di shock da esplosione – tipica ironia kubrickiana).
Dal momento in cui si abbandona la reggia del comando e si scende in trincea la fotografia di Krause diventa un autentico gioiellino. Un bianco e nero entusiasmante, soprattutto nelle scene notturne in cui l’illuminazione è assolutamente da manuale.
L’inevitabile, prevedibile fallimento dell’attacco al formicaio (nonostante il calcolo delle probabili perdite, effettuato dal generale con un cinismo che era del resto comune anche su un altro fronte, quello italo-austriaco), introduce la seconda parte del film, quella del processo davanti alla corte marziale dei tre soldati accusati di codardia (dovevano essere un centinaio, se non fosse intervenuto il generale Broulard, su rimostranza di Dax).
Scelti chi a caso (il soldato Arnaud, che in realtà è un eroe di guerra), chi perché è asociale (Ferol), chi per vendetta (il caporale Paris, che aveva accusato il suo superiore di ubriachezza e di aver fatto morire un commilitone durante un’azione bellica), i tre imputati rappresentano tre visioni diverse dell’essere soldato, che emergeranno durante la loro prigionia e soprattutto nelle scene in cui interviene il confessore, padre Dupree.
Il processo-farsa davanti alla corte marziale dà occasione a Kubrick di esercitarsi con qualche virtuosismo (le inquadrature in stile Quarto potere e quelle dal basso verso l’alto, per evidenziare l’autorità morale del colonnello Dax).
Le situazioni surreali si susseguono, come il ballo che precede l’esecuzione della condanna a morte dei tre soldati, scena assolutamente struggente e carica di dignità.
Kubrick riserva poi una squisita perla per il finale: i soldati riuniti in un locale prima di riprendere le manovre sono intrattenuti da una giovane tedesca (colei che diventerà la terza moglie del regista, fino alla sua morte) che canta impaurita e piangendo da un palco. I soldati prima la deridono e la fischiano, salvo poi assecondare commossi in coro la melodia.
Un finale emozionante che simboleggia il miraggio dell’unità tra popoli.
Come Kubrick ben sa, l’esatto opposto di quanto accadrà dopo la fine della prima guerra mondiale.

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