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Recensione su Solo Dio perdona

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Stile, vendetta, redenzione / 11 aprile 2014 in Solo Dio perdona

Seconda pellicola consecutiva dell’accoppiata Refn-Gosling. Dopo il grande successo ottenuto con Drive, Refn cambia quasi totalmente marcia e genera un’elaborata storia di vendetta principalmente votata alla cura estetica.
Tralasciando i commenti detti e ridetti sulla regia maniacale, sui piani sequenza, sulla scelta cromatica tendente al rosso (che non è una vera e propria novità, visto che l’autore ne aveva fatto abbondante uso già in altri lavori come Pusher II o Valhalla Rising), una piccola analisi la merita a mio avviso la storia.
Premessa: dai suoi film si capisce che Refn ama molto il tema della redenzione. Le sue pellicole narrano tutte, chi più chi meno, di parabole di criminali che chiedono una specie di seconda chance o meglio ancora, che arrivano a costruirsela con le loro mani. Tutti i suoi personaggi, a modo loro sembrano gridare “Io voglio essere perdonato per tutto il male che ho fatto”.
Solo Dio Perdona si distanzia molto dalla filmografia complessiva del regista danese. Qui la redenzione è pressoché assente. Il protagonista non è un eroe (non è una novità) ma stavolta non è nemmeno un antieroe. Non prende in mano la situazione (non vuole farlo fondamentalmente). Egli non ha il desiderio della risoluzione della vicenda avendo dalla sua parte l’ultima parola, perché in fondo sa che non la merita. Ma è costretto a farlo, perché non fare nulla sarebbe peggio. E’ obbligato ad innescare moti che lo porteranno ad uno stato di angoscia e sofferenza. Il volto perennemente malinconico di Gosling, in questo caso, si presta perfettamente ad una figura triste quanto impotente. Al suo fianco, una brava Kristin Scott Thomas nel ruolo della madre autoritaria, carica di rancore e mentalmente poco stabile, rendono la pellicola di Refn un qualcosa di simile ad una tragedia shakespeariana.
Solo Dio Perdona è quindi più di un titolo. E’ la triste morale secondo cui una forza superiore è l’unica cosa davvero in grado di rispondere a quel grido disperato dei personaggi del regista danese.

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